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Reportage dalla 52ma Biennale d'arte di Venezia. Fra grandi bufale, magnifici dipinti, scongiuri e un video taccuino
alt="" Il personalissimo video-reportage dall'Arsenale e dai Giardini
Motivi per fare un salto a Venezia non ne mancano mai, lo sanno bene gli stormi di cinesi e giapponesi che superano in numero i piccioni in San Marco. Dal 10 di giugno però alle calli, a Rialto, a Tintoretto e Tiziano, a Carlo Scarpa e alle gondole si è aggiunta la Biennale d'Arte. Alla sua 52ma edizione, diretta per la prima volta da un americano - Robert Storr, che non ha badato a spese sfondando del 30% il budget e arrivando a 9 milioni - presenta com'è consuetudine una marea infinita di mostre, eventi, artisti e opere. L'effetto è quello che si può avere entrando per la prima volta in un ipermercato dopo una vita passata fra bancarelle di quartiere e bottegucce nell'interrato. Lo stordimento è assicurato. Fortuna vuole che il nostro budget, pure a sfondarlo del 1000%, non sarebbe mai sufficiente a comprare nulla di quanto viene offerto, per cui almeno le tasche possono stare al sicuro.
Alcuni frame da "I will die" di Yang Zhenzhong
Se non si è abituati a quanto da molti anni passa per i confini sempre aperti dell'arte, la sorpresa è assicurata, a cominciare dal Leone d'oro alla carriera (il premio più importante) assegnato quest'anno a Malick Sidibè, autore settantunenne del Mali, che nella vita fa il fotografo-fotografo, non il fotografo-artista. Oppure dalla quantità di materiale filmato (video, super8, animazione, 3D) che ai nostalgici della trementina e dello scalpellino potrebbe far venire l'orticaria. In realtà, a meno di aver casa a Venezia e nulla da fare nella vita, nessuno riesce mai a vederne neppure la metà, vista la durata e la sostanziale noiosità. Poi ci sono sempre i fenomeni da Padiglione, quelli che pur di fare colpo sui visitatori si cacciano una sondina giù per la gola o su per il culo (non scherzo, nelle ultime edizioni mai che manchi un'endoscopia) e ci sono le superstar, anche quelle i cui lavori li vedi o non li vedi non fa nessuna differenza, sai già di che si tratta: Francesco Vezzoli è una di queste, quest'anno è il 50% del padiglione italiano e presenta una finta campagna elettorale (in video) per la presidenza USA, da una parte Sharon Stone dall'altra Bernard-Henry Lévy; due anni fa presentava un finto trailer, meglio un trailer vero di un film inesistente (Caligula). In passato ha presentato finti reality show e finti talk show. Sorprendente vero?

"Senza titolo" di Herbert Brandl (olio su tela, 501x300)
Il brutto di una manifestazione del genere è anche il suo buono, ovvero troppa carne al fuoco, talmente tanta che per forza qualcosa di interessante o di emozionante ci scappa. Sul personalissimo video taccuino di chi scrive sono rimasti impressionati in particolare dei dipinti; strano a dirsi perchè da tempo la pittura non è più la regina delle arti, avendo lasciato il trono alle installazioni, ai video - appunto - e a quant'altro il sistema decide di far valere di più. I maestosi lavori di Sigmar Polke, nel salone centrale del Padiglione Italia. Teleri degni di Jacopo Robusti, soprattutto quelli privi di qualsiasi figurazione; gli altrettanto imponenti "arazzi" del nigeriano El Anatsui, che sembrano preziosissimi e invece sono fatti con latta riciclata, e la sorpresa austriaca Herbert Brandl. Nulla di inedito per carità: superfici, pittura, colore, pennellate. Ma, signori, che meraviglie. Tant'è che il padiglione più denso è probabilmente quello meno innovativo, il Venezia rispolverato in cui trovano posto 6 meravigliose tele di Georg Baselitz dedicate all'indigeno Emilio Vedova. Robe da vecchietti insomma. Di quelli che staresti giornate intere ad ascoltare però.

Georg Baselitz Waldarbeiter (Remix), 2007 Öl auf Leinwand (300 x 250 cm) Photo by Jochen Littkermann, Berlin Courtesy Georg Baselitz
Anche le signore si fanno rispettare e Francia e Gran Bretagna dedicano loro i due padiglioni più rigorosi, quello di Sophie Calle sembra "Piccola posta" il film con Franca Valeri/Lady Eva: tutto ruota attorna ad una lettera d'addio di uno dei suoi morosi; quello inglese di Tracey Emin è un ritorno al futuro, con la versione uterina di Egon Schiele che, un secolo dopo il maestro, sviscera tensione sessuale in quantità industriale, con garbo e disegni bellissimi.
Tracey Emin Tower Drawing 58 2007 Monoprint Paper size: 5 11/16 x 4 11/16 in. (14.4 x 11.9 cm© the artist Photo: Stephen White Courtesy Jay Jopling/ White Cube (London)
Nel supermarket dell'arte è difficile orientarsi, trovare le corsie tematiche o stilistiche ma un filo rosso forse l'abbiamo individuato. Mai vista tanta morte tutta insieme: la mamma di Sophie Calle (ancora lei), i ritratti dei militari americani caduti in Afghanistan e Iraq, il video di Canevari con un ragazzino che palleggia con un teschio, la danza macabra di Filomeno, la Beirut di Basilico, gli animali defunti su pigmento puro di Manuel Vilariño e poi camposanti, bambole in sala operatoria e il disarmante video corridoio di Zhen Zhong lungo il quale centinaia di persone fermate per strada ricordano - ognuno nella propria lingua - che "Io morirò". Troisi avrebbe risposto "mo me lo segno", ma l'opera è davvero intensa. Poca ironia. Ecco. In pochi hanno puntato alla scartamento, in troppi si prendono - troppo - sul serio e in questo c'è da avere molta nostalgia del mercatino, dove lazzi e battutacce non mancano, dove tutti sanno che della merce in vendita in fin dei conti si può fare tranquillamente a meno, sopravviveremo.

Enzo Cucchi Paese ardente / Burning Country, 1998-1999olio su tela con materiale elettrico/ oil on canvas with electrical equipment, cm 230x300Collezione privata, Monaco/Private collection, Munich
La lista delle mostre esterne, collaterali, abusive, imperdibili, evitabili è lunga come la barba di Matusalemme. Si segnalano almeno 3, nelle sedi più prestigiose della città: a Palazzo Grassi Sequence 1 mette sotto i faretti una parte della collezione del padrone di casa Pinault, alla Peggy Guggenheim sono a confronto Joseph Beuys e Matthew Barney e al Museo Correr Enzo Cucchi si fa trovare sulla porta ad accogliere i visitatori di una retrospettiva che potrebbe offrire di meglio ma in cui trova posto una "Monaca di Monza" e un "Paese ardente" che valgono la scalinata. A due passi da San Marco il padiglione di Taipei con una stanza ricolma di marchigegni, ventole e lucine che farebbe la gioia di qualsiasi bimbo e almeno non ammorba come tanta altra roba. Ultimo passaggio per la questione localista, anche Monza ha le sue rappresentanti in laguna, sono Marilù Cattaneo e Micaela Tornaghi che hanno partecipato al progetto "Camera 312 promemoria per Pierre" dedicato a Pierre Restany, evento collaterale a Dorsoduro.
monzalacitta.it lunedì, 11 giugno 2007 |