
| Le migrazioni di Michele |
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Negli anni 50 e 60 è partito dal Sud per la Brianza, per la Svizzera e per la Germania.
C osa fa di un uomo un uomo libero? Semplice: la possibilità di scegliere. Il proprio lavoro, il proprio governo, la propria cultura, il proprio destino. E il proprio suolo. Si nasce in un luogo per casualità (o per volontà divina, se avete il dono della fede), ma è per motivi precisi e concreti che ci si cresce e ci si vive. A volte il luogo dove si nasce è diverso da quello in cui, poi, si vive. Se il secondo luogo lo scegli per affinità elettive, puoi dirti uomo fortunato e libero. Se quel luogo invece non sei tu a sceglierlo ma il bisogno, la necessità, la fame, il pericolo, allora non sei un uomo libero. Sei un migrante forzato.
alt="" "Rocco e i suoi fratelli" di Luchino Visconti
Michele era un giovane italiano meridionale quando, a metà degli anni Cinquanta, decise di allontanarsi da casa e dall'amata madre per mettere chilometri fra sé e suo padre. Caratteri troppo diversi lo misero sul treno per Milano e ancora più su. Giunse, ricco solo del suo mestiere di ebanista, in Brianza dove raggiunse un compagno di ventura, Giovanni. Non fu difficile trovare da lavorare per lui che i mobili aveva imparato a metterli insieme con la pialla a mano e la raspa. Fra Meda e Seveso, fra l'azienda dei fratelli Mariani e quella di un tale “biondo”, l'arte imparata a bottega da mastro Zaccaria ad Altamura tornò utile anche lì, lontanissimo geograficamente e socialmente dal suo Sud rurale, ancora uguale a quello raccontato da Carlo Levi e da Rocco Scotellaro.
Quella prima migrazione non durò a lungo, troppo giovane e solo, Michele appena qualche mese dopo si ritrovò sullo stesso treno, in direzione ostinata e contraria. Addirittura l'avevano fermato i poliziotti e lui, che ancora non aveva mai fatto i documenti, si ritrovò a San Vittore per tre giorni e due notti fra balordi meneghini e malacarne genovesi che gli scroccarono, fino all'ultima sigaretta, il prezioso pacchetto di Aurora. Con il biglietto pagato dallo Stato e il foglio di via in tasca, si ritrovò nella città di Tommaso Fiore a cercare di nuovo da lavorare e da star lontano dal papà. Fu così che cominciò una seconda migrazione, dal passo più corto. Proprio nella vicina terra di Lucania, fra Grassano, Irsina e Tricarico a montar mobili negli uffici postali e dormire nel locale messo a disposizione dal padrone, insieme a 400 lire al giorno e un piatto di pasta e piselli. Era la seconda metà degli anni Cinquanta, arrivò a fare il capo in una bottega di una decina di operai. Lui era magrissimo e sempre povero in canna, le ragazze facevano gli occhi dolci. Anche Teresa, figlia di Michele e maggiore di tanti fratelli e sorelle. A lei si legò nell'ottobre del 1958, con una cerimonia di cui non si conservano fotografie. A testimoniare quell'unione però arrivarono in successione, anche piuttosto rapida, sei figli. I primi cinque tutti maschi e poi, quando ormai si erano rassegnati ad una prole tutta barbuta, la piccola Agnese. alt="" "Pane e cioccolata" di Franco Brusati
Erano tornati ad Altamura e fra un figlio e l'altro il lavoro era assai poco. Il boom economico era ancora una parola straniera. Al Sud lo è rimasta per sempre. Michele dovette rimettere l'anima sul treno, lasciando il primogenito Donato e la sua mamma ad aspettarne il ritorno. Chissà come, chissà quando. Fu, di fatto, la terza migrazione. Per la prima volta per vera necessità: adesso erano in tre a dover mangiar con il suo pane. Raggiunse alcuni parenti vicino Zurigo grazie ad un vero contratto da finto aiuto giardiniere. Senza contratto in quel piccolo paese non si entrava. Alla frontiera visite mediche e controlli per due giorni. Rigorosi ma corretti, racconta Michele degli svizzeri. Non ha mai avuto da lamentarsene, lui onesto, faticatore da 2 franchi e mezzo l'ora, ordinato. Erano i balordi a creare casini, a darsi di coltello per la strada e farsi chiamare cincali. alt="" "Pane e cioccolata" di Franco Brusati
Per tre anni lavorò del suo mestiere e non solo, in quella terra tranquilla che gli rimarrà nel cuore, forgiandone il carattere puntiglioso fino all'ossessione. L'ennesimo ritorno non portò ancora fortuna seppure fosse ormai la metà dei Sessanta e già l'Italia cantava spensierata dentro “Bandiera gialla” - il programma di Boncompagni e Arbore – e, più lontano, addirittura i Velvet Underground già suonavano le loro melodie marcie. Ma erano terre bagnate da mari diversi. Come troppe volte accade, le persone vivevano nello stesso tempo, non allo stesso tempo.
L'ennesima partenza portò Michele più lontano che mai, al nord della Germania dell'Ovest. Fra Hannover e Amburgo, a due passi dalla città della Volkswagen dove già vivevano e lavoravano più di 5.000 italiani come lui. La prima casa fu un enorme palazzone pieno zeppo di gente arrivata da ogni dove. Persone più affabili degli elvetici in Germania, ma anche tanti ubriaconi molesti e tanto freddo. Lavorò in una fabbrica di caramelle e in una di pianoforti, tornando per le ferie e per Natale a farsi scaldare il cuore da Teresa e dai figli che crescevano. Era molto dura. Si partiva per dovere. Non era un uomo libero Michele, non aveva scelta. Resistette 3 anni infine tornò per non ripartire mai più. Ebbe un po' più di fortuna e riuscì a vivere del suo lavoro anche nel luogo dove era nato. Faticò parecchio e riuscì a metter su un'azienda mica da ridere, sempre con i mobili ma con qualche attrezzo in più. Michele ha 76 anni e parecchi acciacchi. Esce assai raramente di casa. Quelle migrazioni oggi sono un ricordo lontano, talmente lontano che ogni tanto si ritrova a credere davvero che la gente che arriva oggi in Italia sia tutta cattiva e malacarne come sembra in televisione o nei comizi di certi politicanti di moda. Non è strano crederlo quando le tue giornate le passi davanti alla televisione. L'ottobre scorso ha festeggiato il cinquantesimo del matrimonio con Teresa. Una bella festa con i sei figli, le nuore, il genero e una marmaglia chiassosa di nipoti di ogni taglia. Nessuno di loro ha oggi la necessità di dover partire, se lo faranno sarà per andare a studiare dove più piacerà loro. Sono uomini e donne libere, anche grazie a quel nonno che ha viaggiato per loro. C'è un figlio, il quinto, che anni fa decise di lasciare quella terra. Eppure lavorava bene, aveva affetti forti e profondi lì. Ma era un uomo libero. Libero di innamorarsi e per amore arrivare lì dove erano cominciate le migrazioni di Michele, in Brianza.
Foto di apertura © Museo dell'Emigrazione della Gente di Toscana Come tutte le foto di questo dossier, salvo dove diversamente indicato, non raffigura gli intervistati.
I filmati Rocco e i suoi fratelli Anno: 1960 Pane e cioccolata Anno: 1974
Pubblicato su La rivista che vorrei il 29 giugno 2009 |
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