Content is comming here as you probably can see.Content is comming here as you probably can see.
02 03
left
right
portfolio-down
05
06 07
08
 
   
 
     
  Home arrow Scritti arrow Altre parole arrow Santa Fosca
Santa Fosca
(racconto in 4 movimenti)

Santa Fosca. Arrivarci è stato molto semplice. Lo stretto cunicolo dalla fermata di Cà d’Oro, un paio di ponticelli, la chiesetta sulla destra e poi un altro ponticello. Il bar d’angolo, un’aranciata lasciata nel bicchiere e via in fondo.
Cielo grigio buio, è pomeriggio, c’è pochissima gente che viene incontro, di fretta e parlando troppo velocemente. Bestemmie, l’ostello è chiuso. Funziona solo d’estate e questa non ci voleva. Avrei dato via un occhio per tornare in quella stanza a controllare che la tapparella venisse giù di lato che la porta non avesse chiave che la cucina brulicasse di mille lingue, pasta scotta e sughi impossibili.
Non ci voleva, è chiuso e si chiude lo stomaco, si chiude la voglia di tornare al vaporetto e quella di resistere in piedi. Allora seduto, lascio chiudersi anche gli occhi. E sono cinque mesi che gli occhi sono chiusi a conservare le ultime immagini salvate al rito del rogo dei negativi e delle foto. Poggio la testa al muro, anche stavolta non arriverà nessuna mano ad accarezzarla.
Il freddo si lascia sopportare, mi richiudo nella sciarpa e riaccendo il walkman, volume basso, continuo ad ascoltare l’acqua sporca che porta le barche contro i tronchi ficcati nel fondo, il vento che sposta i capelli mai così lunghi e le mani nascoste sotto le gambe secche e annodate.
De André gratta da dentro, sparge sale su tagli che non si chiudono e finisce che nella testa ci canti appresso riparato dagli occhiali appannati dal respiro tranquillo e lontano.
Bisogna prima trovare da sistemarsi e allora di scatto mi rialzo e torno sui miei passi, il barista è affacciato al vetro con un amico di fianco, mi vede e il suo sguardo mi resta addosso finché riesco ad accorgermene.
Non può avermi riconosciuto eppure ho la sensazione di essere stato scoperto, monco e diviso come mi vedo io stesso.
Alla fermata comincia a piovere. Quel cielo sempre più scuro non ha altro modo per accogliermi che mettersi ad irrigare pensieri poco vacanzieri ogni volta che trova il tempo per accorgersi della mia presenza in quel posto.
Scalo a Santa Zaccaria e il vento si è fatto più forte, le persone più curve e accartocciate, i pensieri si prendono una pausa e trovano il tempo per far cadere i miei occhi sulla donna anziana seduta di fronte. Le leggo le rughe accanto agli occhi trasparenti e le mani bellissime strette su un quotidiano, nemico. “Peccato” e sono già alla Giudecca.
Sei biondi svaccati sulle panchine dicono che quest’altro ostello invece è aperto, non è la stessa cosa ma per stasera va bene, deve andare bene.
I biondi sono piccoli, quattro ragazze e quattro baffetti, mi vedono e sparano una carica di ciao, mi avranno scambiato per un tunisino, giù la sciarpa e rispondo con la manina. Fanno posto sulla panca e chiedono qualcosa in inglese, “scusate non ho voglia e ancora meno forza di capirvi, a che ora apre l’oste?” e col dito faccio segno sul polso e alla porta. Manca un’ora e un quarto e allora sbuffo, sguardo al cielo che lascia squarci fra le nuvole nere, la cuffia torna sulle orecchie e i biondi richiudono il sacro cerchio delle chiacchiere inaccessibili. De André stavolta si fa nero su bianco, il libro di Tonio si è sgualcito nella borsa di lana ed è più bello che mai, con i foglietti che spuntano di lato e il gonfiore della matita in mezzo. Torna la stessa canzone del treno ma l’effetto è diverso, lo scompartimento ora è affollato di chiome tedesche e il buio non basterebbe a coprirmi gli occhi lucidi.
A Rimini è stato così, una Mariella che torna al suo lavoro la vigilia di Natale e impreca col suo accento foggiano mi ha regalato un mezzo sorriso di complicità sulla faccia riflessa del finestrino appannato, quell’amicizia lunga quattrocento chilometri mi ha riscoperto curioso e affamato di risposte, che libri leggi? cosa ascolti? vai a cinema? come ci vivi da quelle parti? sei felice?
E quella specie di blocco arrivato a saldare le labbra per ignorare un “chi sei?” cercato e nascosto dietro trenta mestieri a metà.
Mariella carina che saluta, con il bacio sulla guancia senza auguri e un “se passi di qua...”.
Ormai è buio, i biondi si scaldano con la birra e si alzano in piedi, la porta si apre in anticipo e il legno dei tavolini dell’ostello ci saluta scrollandosi di dosso un po’ di solitudine. “Guardi sono italiano e mi fermo non so quanto”, anticipo e l’uomo della ricezione non apre bocca, allunga il foglietto da firmare, si tiene la carta d’identità e dice che stasera non c’è da mangiare perché c’è così poca gente che la cucina non l’aprono. Mi sistemo al secondo piano, vicino al radiatore, scivolo sulla branda e dò un’occhiata alla piantina. Arriva uno dei biondi e chiede il “bagno dof’è?”.
Scendo a prendere qualcosa al bar vicino alla fermata del vaporetto. Due delle ragazze tedesche fanno manbassa di biscotti, recupero delle merendine e si torna insieme. Si parla poco e male, viene fuori che il posto quando c’è il sole è molto più bello, ma so che cosi è molto più vero. Studiano tutt’e sei arte in un Goethe Institute di Berlino, parlo di Enzo che invece tra qualche settimana tornerà ad Amburgo e che l’arte un po’ l’ho studiata anche da me, poi subito riparo dicendo che preferirei farla e che di studiarla ormai se ne parla sempre meno. Troppo spesso i miei occhi si fermano su quelli della più silenziosa delle due, grandi e con gli occhiali piccoli e rettangolari, me ne tiro fuori con una smorfia o una serrata di palpebre che mi fa tanto Wenders.
Vorrebbero visitare la scuola di San Marco e Palazzo Grassi. Invece il palazzo è vuoto e la mostra di un sarto si aprirà a metà gennaio e poi la scuola di Marco non vale quella di Rocco dove tornerò domattina. Arrivano gli altri e un po’ d’importanza va via difronte alle guide che spuntano dagli zaini, il sacro cerchio si richiude per il terzo tempo.
San Rocco va bene anche a loro, domattina sarà nostra, rimpiango un attimo l’intimità del rito, ma con sei biondi intorno sarà poco diverso.
Intanto c’è la serata da risolvere, la stanchezza consiglia poco e quel poco è degno di un pensionato svogliato, mi lascio coinvolgere dall’allegra compagnia del platino che mi trascina sul vaporetto e poi si gira intirizziti dal vento ormai gelido che ha preso il posto della pioggia e s’infila fra il collo del giubbotto e la sciarpa.
Le calli resuscitano buffi ominidi infagottati, stracarichi di pacchi scintillanti barcollano poggiandosi spesso al muro e qualche volta rimbalzando fra loro. L’età media in questa città è da ospizio, ma la soddisfazione di tornare per un attimo a non essere il nonno della tribù prende a fare a pugni con la convinzione di non aver ancora registrato la mia età con quello che faccio e con quello che mi piace, quando mi piace farlo.
In un caffé i nasi affondano nella panna di cioccolate bollenti e pressocché trasparenti, “acqua nera!”, commento ai compari che invece credono di aver succhiato il nettare dal seno di venere in persona. Lo sguardo quando non cade sugli occhi di Andrea la silenziosa, rimbalzano sui miei passi, abbandonando la direzione degli occhi sgranati degli altri sempre pronti ad annotare spigoli, ponticelli e chiese.
Ci scopriamo tutti e sette davanti ai giardini reali, vicino la piazza, il cancello sorprendentemente aperto invita a visitare l’unica macchia verde della città in ammollo.
Gli occhi sgranati stavolta sono miei. Punto dritto alle panchine a destra, mi affido alla prima e alzo il sipario sullo spettacolo dei fantasmi sospeso qualche ora prima nelle mani della signora del vaporetto e sulle lenti della piccola Andrea. Che si siede di fronte e amplifica il corto circuito. Vorrei chiederle qualcosa, vorrei chiederle scusa, vorrei chiamarla con un altro nome, mordendo le labbra, nascondo la testa fra le ginocchia e mi lascio coprire dal calore di un sole di fine luglio.
“Sapete che mancano due ore a Christmas?” ma l’imbarazzo s’è infilato fra le maglie che ci legano e ci separano e quel detersivo è troppo debole.
L’ultimo vaporetto riparte da San Zaccaria e le lucette cominciano ad essere riflessi irrequieti sull’acqua un po’ meno sporca. Andrea è seduta di fianco, chiede che libro è che spunta dalla borsa ogni volta che mi siedo ed è un dramma trovare le parole per raccontare un po’ di De André a chi non capirà mai. Ma uno che fa canzoni fa anche gruppo e allora i biondi si compattano e inneggiano perché canti loro qualcosa del libro. Vorrei sprofondare, ma ci riesco solo nel colore del viso. Fino alla Giudecca è resistenza, poi penso “tanto non mi conosce nessuno e questi dopodomani saranno già dimenticati”. Faccio il pagliaccio, mi riesce bene, sfoglio il libro e miro Hotel Supramonte, la voce si fa cupa, l’aria ridicola ma chi se ne fotte. I mangiapatate ascoltano e poi pigliano per culo applaudendo e fischiando. Una abbraccia e finge d’essere commossa poi sbotta in un sorriso con denti da tre centimetri. Andrea chiede “is it a love song?”. “Chiaramente”, e poi il più efficace “lascia perdere, c’è bisogno di chiederlo?”.
Comunque non è per lei e un po’ mi dispiace e forse un po’ dispiace pure ad Andrea.
Un Natale così non lo dimentichi più.
L’oste s’è sbracato e giù al piano terra i biondi si attrezzano con un gruppo di Praga. Via i tavolini, volume alto e si comincia a ballare. In un angolo il più bello dei presepi, fatto di panini e tovaglioli di carta. Il Bimbo arriverà. Il mangiacassette crepita, chiedono una delle mie ma di ballarci sopra non se ne parla e allora finisce che ascoltano la radio. Ci sono, ballo pure me stesso, ma dura poco. Seduto in terra fuori davanti al canale fisso nel vuoto e riavvolgo la sciarpa. Piano arriva la musica da dentro e ancora più piano un’altra ne arriva da lontano. Poi si fa forte all’improvviso, per pochi istanti. Andrea si siede affianco e morbida dice “Buon Natale”. Quasi non ci fosse, riesco a pensare che davvero ce l’ho fatta, stanotte sono lontano da casa, dagli amici, un po’ da me per la prima volta in vita mia. Come avessi le vertigini abbasso lo sguardo e ci abbracciamo, le poggio la testa sulla spalla senza schiodare gli occhi dal vuoto. Stringesse di più sarei anche capace di dirle qualcosa, ma non lo fa, neppure lei lo fa.
Mi scosto, le carezzo i capelli. “Scusa porcoddio” e scappo da quella notte e una volta ancora dal mio presente.
Sulla branda riprendo a leggere, ma arriva il sonno a risollevare dall’imbarazzo di dover pensare, capire, spiegare.
I sogni sono dolci. Sogni di giornate di sole, alcuni sorrisi e molte domande in meno. Il mattino è morbido e il sole c’è davvero. Fa freddo uguale, ma quell’ azzurro scalda più dei gradi.
San Marco, San Tomà e a Campo dei Frari arriva il portone di San Rocco.
Non ho pensato che potrebbe essere chiuso a Natale, ma non lo è, i saloni ci accolgono e tutti lì a testa in su, giro distratto e lontano dalle pareti, su e giù per la scalinata, e infine trincerato in un angolo assisto alla Crocifissione. Ignoro Cristo, chi sono quegli attori, chi è che tira la corda, chi indica la croce e chi sono quegli spettatori volgarissimi poggiati come a teatro. Quale sarà delle donne la Maddalena?
La crudeltà delle parole non sta solo nel loro significato, nella loro assenza, nella loro presenza e in quello che sono, anche in quello che non sono. Sennò perché ora è venuta quella tristezza? Ho sempre meno voglia di usarne e ancora meno di cercarne e odio scoprirmi ancora affascinato dalle parole. Ancora così loro schiavo, ancora così incapace di dare loro una colore che risponda ai desideri, alle debolezze, ancora così impreparato a trovare altro che faccia da ponte fra me e quello che non mi appartiene. Quando vorrei che mi appartenesse, soprattutto.
Corro fuori, e pare non sappia fare altro di questi tempi. Mi pianto al sole che adesso arriva caldo sul viso e mi lascia sospeso, mi stacca dai piani per il pomeriggio, dai motivi che mi hanno portato su quella strada. Fingo a me stesso di
non aver voglia di niente.
È di nuovo grigio buio, abbiamo girato come formiche impazzite, passato decine di volte dagli stessi campi. Ho usato la loro macchina fotografica e posato con loro. La gola è secca e quelle tre parole che ogni tanto tocca dire vengono fuori armate d’unghie. Una galleria ha dentro delle tele di Clemente e propongo l’impresa alla comitiva. Si defilano invece. Ci si rivedrà in serata.
La strada è breve, i vapori delle case di Natale in questa specie di villaggio turistico pesano poco. Di nuovo la gente in giro è poca e chi mi incontra deve ripararsi dal mio sguardo puntato. La galleria è vuota e solo dopo un po’ si affaccia un commesso ad accertarsi che non abbia idea di dar fuoco alle tele.
La scena è breve, ho poca intenzione di fermarmi in un posto.
Per strada, l’inquietudine mi sta prendendo. Comincio a girare a vuoto. Il buio nasconde il poco che conosco. Non trovo il fiato per chiedere a qualcuno da che parte andare e allora inseguo i cartelli gialli. Mi allontano dalle strade più affollate, tutto è ancora più scuro poi finalmente una freccia per Rialto e qualcosa che ho già visto. La calma non torna, vorrei essere all’ostello, vorrei ci fosse qualcuno accanto. Alla fermata c’è la calca ma mi infastidisce, trovo un posto in fondo al vaporetto. Appoggio la testa al vetro che si appanna in un attimo. Accendo il walkman e tiro fuori il libro.
Cade un foglio, lo apro, è un vecchio amico. È sempre con me, come una cicatrice. Sopra c’è una data e le parole di una canzone dei Doors. Parla di una carovana e di una preghiera: “Carovana spagnola rapiscimi, so che hai braccia abbastanza grandi per farlo”.
Il silenzio non mi aiuta in nulla, vorrei scappare davvero stavolta. Vorrei correre dove da mesi non c’è più posto per me. Vorrei ritrovare davvero i miei passi e non solo in questo patetico esercizio che è l’immaginazione, vorrei vedermi finire proprio quando quelle parole scritte in blu hanno trovato la vita. Vorrei che il mondo si fosse azzerato in quell’istante.
Vorrei non avere un tempo intorno. Vorrei avere qualcosa con cui sfogarmi. Vorrei. Ma come le parole, così i miei gesti sono molto più vili e miseri dei desideri e dei sogni e mai hanno raggiunto l’esatta cifra dei miei sentimenti, delle insicurezze, dei silenzi.
Resto immobile, mi lascio trasportare da un vaporetto, dal torrente di corpi, dal corteo di sorrisi e di maschere, dalla giornata che passa, dai fantasmi che compaiono ad ogni angolo di strada, ad ogni scritta sui muri, ad ogni immagine cancellata. A tratti mi lascio andare e affondo la mente in quello che ho fatto, abbandonando il respiro di ciò che scivola sotto gli anfibi e sulle dita che trascino sulle pareti. Cerco nella mente, nei ricordi un motivo per il presente. Voci assaltano il mio fragile equilibrio, strizzo gli occhi, scuoto i capelli, cambio cassetta.
E comincio a cantare, ad urlare, le canzoni hanno il ritmo della paura.
Torna il peso delle assenze. L’assenza del sole, del suo calore, dei mesi da trascorrere, delle parole da dire per il gusto di dirle, delle cose da realizzare, quelle da imparare e da scoprire. Ho la certezza che nulla sorprenda, di aver moltiplicato per quattro i miei anni e per mille la stanchezza di rendermi conto che conoscere quel che faccio non significherà mai capirlo. E fare non significherà mai essere.
Smetto di pensare, alzo il volume, il frastuono della cuffia si fa largo fra quello della testa.
Ho giurato a me stesso di smettere di pensare, di infilarmi nel vortice di un monologo senza direzione. Ho giurato di finire di inventare scuse per me stesso, di trovare alibi alla mia incapacità di sopportarmi.
Scappo dalle persone, scappo dai pensieri, scappo dai miei passi e lo faccio cercando di ritrovarli. Mi fermo, le contraddizioni si fanno opprimenti. Non voglio cercarne l’uscita. Compro birra, me ne riempio e lascio il posto all’alcol. Parlo da solo, faccio domande ad un ponte, mi appoggio ad un palo e il corpo scompare a tratti fra le gambe dei passanti. Parlo alla sciarpa, la bocca non si ferma più, nel travaso del nulla vengono fuori anche i nomi dei fantasmi, sottovoce l’appello dei pezzi di me che ho lasciato lungo i miei cent’ anni.
“Cosa cazzo faccio?” me lo chiedo ad ogni bevuta. Capire che non c’è nessuno ad ascoltare mi cuce addosso un mantello di inutilità. Sono in quella città per questo, per resistere alla tentazione di cercare un appoggio, e ho paura che la debolezza mi cancelli una volta per tutte.
Finisce di nuovo a Santa Fosca e che ritorno all’ostello chiuso. Che invece è aperto ma le suore dicono che non posso entrare. Invento una patente persa mesi prima e sarà l’aria di Natale ma quelle mi lasciano entrare. Corro sopra, cerco la stanza, l’apro e mi accorgo di aver ancora la bottiglia in mano .
Chiudo gli occhi. È più forte di me. È più forte di me. È più forte di me. Parte il film che vorrei vedere. Che dura poco perché gli occhi li riapro su due letti vuoti.
Che film di merda.
Da un’ora sono sveglio nella branda. Niente sogni stavolta. Mal di stomaco e sonno che non arriva. Il sole invece sì e dritto agli occhi. Da basso le voci dei tipi di Praga che alzano le tende. Strano vengano a salutarmi ma almeno mi rendo conto di non essere trasparente. Anche Andrea fa capolino sulla porta. Ancora una volta più di un ciao non trovo. Sfoglio la guida, mi tiro su e raggiungo l’amico vaporetto. Lascio la città.
Le case, le persone, le barche e le finestre quando torni non hanno colori, non hanno facce, non hanno presenza. Sei uno di loro e per questo non li guardi nemmeno.
In stazione il treno è deserto, mi accampo nello scompartimento e allungo i piedi sui sedili difronte.
Tornerà De André a cancellare il peso di una distanza che ho cercato di misurare in chilometri, in tempo, in parole e in ricordi. Dal libro spunta un altro foglio scritto in blu: “A volte ti dò ragione e mi accorgo di quanto siano inutili e sterili i miliardi di termini di cui potremmo fare uso”.

Da qualche parte negli anni Ottanta
 
 
   
 

email.png
Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

skype.png
skype  

Sotto