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La
prima nazionale del nuovo spettacolo prodotto da Binario7, La Danza
immobile e altri enti, scritto da Corrado Accordino e Paolo
Bignamini, è stato il pretesto per sollecitare la curiosità
di Piero Castoro. Docente di filosofia, ambientalista e studioso di
quell’Albert Camus il cui romanzo incompiuto, Il primo uomo,
dà il titolo alla piece teatrale. Castoro non ha avuto modo di
vederlo, ha “dovuto” vederla attraverso le suggestioni di chi
scrive, attraverso i rimandi ad autori, registi cinematografici e
artisti il cui lavoro, in maniera conscia o meno, riecheggia sulla
scena che Maria Chiara Vitali ha così bene allestito sotto la
regia dello stesso Accordino.
C'è
questo spettacolo di Corrado Accordino e Paolo Bignamini. Si chiama
"Camus. Il primo uomo". Sulla scena ci sono un uomo
(Accordino) e una donna (Alessia Vicardi), si siedono sui sedili di
un'auto frantumata, i cui pezzi (ruote, sportelli, cofano...) sono
disseminati intorno. Da lì non si rialzeranno sino alla fine.
Vivono e raccontano un viaggio di cui non conosciamo ne' partenza ne'
destinazione. È un viaggio certo non lineare e il racconto
ancor meno. I ricordi della donna sono cancellati da un problema di
memoria, quelli dell'uomo da una - apparente - mancanza di volontà.
Le parole, le frasi, i momenti narrati si ripetono, tornano più
e più volte. Sembrano aggiungere sempre qualcosa, ma allo
stesso tempo tolgono. Pochi minuti e capisci che non è nella
"storia" il senso dello spettacolo, il tracciato da
seguire. Si parla di alcune figure, di assenze (un fratello, un padre
in guerra, un misterioso signore che l'ha conosciuto) e di rapporti
inesistenti. Gli stessi due protagonisti non sapremo mai che
relazione abbiano. Riconosci la presenza di Camus?
La
scena mi sembra voglia alludere in modo esplicito al tragico
incidente d’auto, avvenuto il 4 gennaio 1960, in cui Camus perse la
vita. Il giorno prima Camus lasciò Lourmarin con Michel e
Janine Gallimard, la figlia di quest’ultima, Anne, e il loro cane,
uno Skye Terrier. Erano diretti a Parigi. In base alla ricostruzione
dell’incidente, l’auto, guidata da Michel, era uscita di strada
urtando contro uno dei platani che la costeggiavano, era rimbalzata e
si era accartocciata contro un secondo albero più lontano.
Camus che era seduto accanto al guidatore, senza cintura di
sicurezza, era stato proiettato contro il parabrezza e l’aveva
sfondato con la testa; col cranio fratturato e il collo spezzato, era
morto sul colpo. Ci vollero due ore per liberare il suo corpo. La
valigia di cuoio nero dello scrittore, oltre alle sue cose personali,
conteneva un’edizione francese dell’Otello, La Gaia
Scienza di Nietzsche e il manoscritto de Le Premier Homme,
un’opera in gestazione ma progettata fin dal 1951. Quest’opera,
rimasta perciò allo stato di un grande frammento incompiuto, è
stata pubblicata per la prima volta nel 1994. Essa descrive un mondo
quasi estraneo alla sensibilità contemporanea, un mondo che
Camus cercava di difendere dall’oblio a cui credeva l’avessero
già destinato gli uomini del tempo.
Il
tumultuoso susseguirsi degli eventi su scala planetaria e le
difficoltà, anche personali, che Camus dovette affrontare
durante il corso degli anni ’50, dalle aspre critiche originate
dalla pubblicazione de l’Uomo in Rivolta (1951) alle
posizioni assunte di fronte alla difficile situazione algerina,
obbligano a considerare quest’opera come il più difficile
tentativo che Camus potesse intraprendere nello sfidare la sua
capacità artistica a dare ragione di quelle “contraddizioni”.
Il Primo Uomo racconta in gran parte la storia di Jacques Cormery,
dalla nascita all’età dell’adolescenza, riannodandosi ai
temi delle prime opere di Camus esposte ai raggi del sole africano,
ai giochi del mare, del vento, della strada; ma testimonia anche il
coraggio di uno scrittore che, con l’immagine di un mondo che
crolla nell’anima, riprende a fare la corsa con le ombre delle
nuvole sulle rive del mediterraneo, perché la vita possa in
qualche modo di nuovo trionfare. La memoria del padre, morto
quarant’anni prima nella battaglia della Marna, la muta presenza
della madre e di altre figure che popolano la vita e le opere di
Camus, sembrano certo affiorare nello spettacolo come a voler
comporre un frammento della condizione umana. Un frammento appunto,
esposto comunque, come voleva Camus, al rischio inevitabile della
comunicazione e al fraintendimento, sempre possibile, di ogni atto
umano…..
Accordino
ha citato "Memento" di Christopher Nolan segnandone la
differenza proprio in questa mancanza di "svolgimento", ma
potremmo anche pensare al "21 grammi" di Alejandro
Iñàrritu, dimenticandoci di aspettare un finale. Qui
non c'è un puzzle da ricomporre. Ricordi, presente e futuro
sono schiacciati su un unico piano, fotografati però da più
punti di vista. Visivamente, sembra di trovarsi davanti ai quadri di
Juan Gris, quelli più cubisti, ma ancor più ci sono le
foto di Maurizio Galimberti che possono accostarsi a questo tipo di
"rappresentazione".
I
romanzi, le novelle o le opere teatrali di Camus, non sono mai
sviluppati come percorsi a tesi, in cui si cerca di dimostrare
qualcosa di preciso, piuttosto sono opere che si sviluppano l’una
nell’altra, l’una dall’altra all’insegna di una ricerca
sempre aperta tesa alla sfida e alla meditazione. Nonostante il
medesimo sfondo problematico, nella loro genealogia, queste opere
rispondono ad esigenze diverse. L’esperienza umana, per Camus, è
paragonabile, sotto un certo aspetto, ai fenomeni atmosferici, essa
varia e nella sua estrema variabilità sfugge ad ogni tentativo
di determinazione concettuale che voglia fornire una volta per tutte
la verità. La razionalità, perciò,
diventa un tentativo di mediazione, persino l’assurdo ha senso solo
nella misura in cui gli venga negato il consenso. Questa logica della
comunicazione conferma la sottile dialetticità di un pensiero
che tende a indicare la relazione tra razionale e irrazionale nel
rapporto estremamente problematico dell’uomo con la sua esistenza.
Come
si fa a comunicare, per esempio che Mersault, nello Straniero, spara
“a causa del sole”?, oppure, nel Malinteso, dove è la
mancanza di comunicazione, il dire la verità e quindi il
proprio nome, a rendere possibile la tragedia?
Sartre,
almeno su una cosa aveva ragione, e cioè nell’individuare
nella scrittura di Camus uno “stile cartesiano….”
C'è
molto presente il senso della morte. Una pistola che appare e spara
più volte, senza mai segnare - neppure lei - ne' un inizio ne'
una fine. Sembra che le vite, così come il racconto, si
ripetano senza senso. Tolto lo humor dei dialoghi, non si può
esattamente dire che sia un lavoro "solare". L'atmosfera
stessa è fra l'hard boiled e Mulholland Drive. C'è, se
non la Los Angeles dei noir, la Francia settentrionale più
che l'Algeria e il mare. Il mediterraneo non c'è. Partendo da
un testo dello scrittore pied-noir, francese d'Algeria, si può
prescindere dal Camus meridiano?
Il
problema della morte come destino, come possibilità più
propria dell’uomo rappresenta il leitmotiv iniziale e costante
dell’intera riflessione camusiana. La presenza della morte percorre
ogni pagina degli scritti giovanili, per esempio, quasi come un
ossessione. La morte è paura, silenzio assordante e
disperazione, è quella “sanguinante matematica che regola la
nostra condizione”. Tuttavia il pensiero di Camus è
meditazione della vita e non della morte, nonostante i due momenti
s’intreccino in modo indissolubile: “non c’è
disperazione di vivere senza amore di vivere”.
Camus
ha tentato di fondere la morte e il giuoco (Caligola), la felicità
e la morte (la Morte Felice), il sole e la morte (Lo Straniero); il
suo tentativo è stato quello di partire dalla coscienza
dell’assurdo e, attraverso la negazione ostinata di ogni
consolazione soprannaturale, andare al di là di esso. E tutto
questo sempre tra la salute e la malattia, il diritto e il rovescio,
tra il regno e l’esilio, senza nulla concedere ad una sola
direzione. Per questo ha cercato di immaginare non solo Sisifo
felice ma sorprenderlo, durante la discesa, mentre progetta di
scolpire nella roccia che lo attende a valle, i segni della sua
rivolta. Camus è stato il primo a parlare di “pensiero
meridiano” (che è altra cosa da quello proposto da Franco
Cassano), un pensiero teso a sviluppare un’arte prospettica in
grado di alimentare il senso della misura e cercare di riequilibrare
le tendenze nichilistiche ancora vive nel nostro tempo.
Insomma
il pensiero meridiano mira a ricomporre i dissidi senza negarli, a
offrire allo spirito la possibilità di attraversare le
“capitali del delitto” e non disperare di far nascere persino nel
cuore dell’inverno un’invincibile estate. Mi sembra che
Galimberti colga bene questa tensione e una delle sue immagini
ricorda un passo de Il Deserto, un breve saggio della raccolta Nozze, pubblicata ad Algeri nel 1939, in cui oltre ad
individuare delle paradossali somiglianze tra i giovani algerini e i
francescani di Fiesole, Camus ricorda come nelle celle di
quest’ultimi vi siano i fiori rossi e un teschio che serve alle
loro meditazioni: “Firenze alla finestra e la morte sul tavolo”
Camus,
insomma, scrittore solare lungi dal privilegiare una sorta di
metafisica del sole, ha cercato di individuare la linea d’ombra
dove poter far convivere il si e il no senza dirigersi in un’unica
direzione in una ebbrezza di consenso.
Nella
locandina dello spettacolo, gli autori hanno utilizzato
l'immagine-icona dello scrittore, quella in cui somiglia a James
Dean, con la sigaretta fra le labbra. Sullo sfondo un'auto, una
lussuosa Citroen fine anni Sessanta. Un modello in realtà mai
entrato in produzione, che avrebbe dovuto essere il più
potente e il più veloce al mondo. Rivelatosi anche il più
costoso, quindi improponibile. Una sorta di utopia. La società
"fotografata" da Camus è questa? un'ambizione
irrealizzabile? questi personaggi alla ricerca di una identità
genuina frustrati perchè "l'assurdo e il tragico
dell'esistenza la negano quotidianamente" come scrive Accordino?
Camus
ha vissuto in un’epoca in cui, come scriveva Sartre, occorreva
scegliere necessariamente in termini di aut-aut. La guerra fredda, la
poitica dei blocchi sembrava imporre anche agli intellettuali l’etica
della responsabilità e dell’impegno. Noi, rispondeva Camus,
piuttosto che impegnati siamo imbarcati nella galera del nostro
tempo, e quindi siamo costretti a remare nostro malgrado, nonostante
possiamo giudicare che la ciurma puzzi e che le facce d’aguzzini
sono troppo numerose e che la rotta possa non essere quella giusta.
Perciò, pur esprimendo un’adesione, mai venuta meno, alla
prassi ed ai principi libertari e anarchici, Camus ha sostenuto di
volta in volta schieramenti e posizioni, o singole rivendicazioni e
azioni, con il solo obiettivo di evitare danni ulteriori e poter
quindi compiere un ulteriore passo verso la giustizia per conquistare
diritti forse modesti ma concreti. Del resto egli pensava che lo
scontro in atto non era, come molti volevano far credere, tra utopia
e realtà bensì tra le diverse utopie che tentavano di
inserirsi nella realtà. La figura di Camus è stata
spesso denigrata alla luce di un ortodossia politica tipica di quegli
anni, è stato spesso dipinto come un “mandarino” (Simone
De Beavoir), una specie di Humphrey Bogart della filosofia, ma le sue
opere forniscono la migliore risposta a quanti hanno tentato, spesso
acriticamente, di ridurre il suo pensiero ad illustrazione o
complemento meglio espresse dallo scrittore Camus o, ancora
più riduttivamente, in molti casi, a prevaricazioni e
provocazioni culturali nate da un atteggiamento di sfida etica, da
“anima bella” (Sartre), che non vuole sporcarsi confrontandosi
con la rugosità della storia e della poitica. Al contrario il
suo “pensiero meridiano” ha posto in termini chiari il compito di
una ricodificazione della sfera politica molto simile a quella
tentata dall’opera di Hannha Arendt negli stessi anni. Egli pensava
che la democrazia fosse l’esercizio sociale e politico della
modestia, la capacità cioè di riconoscere il carattere
limitato e in parte avventuroso dei suoi sforzi, e conseguentemente
la necessità di coinvolgere attivamente gli altri nei processi
decisionali; la democrazia per Camus è sempre, insomma, da
fare.
Le foto dello spettacolo sono di Elisabetta Raimondi
Piero Castoro ha pubblicato "Albert Camus. Il pensiero meridiano" per Besa. È, anche, fra i curatori di Altramurgia.
Monzalacitta.it
8 maggio 2007
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