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GiPi, narratore per disegni |
Fra
i tesori "nascosti" di Monza c'è anche la sede di una piccola casa
editrice specializzata in narrativa disegnata, la Coconino. Nella sua scuderia c'è GiPi, Gianni Pacinotti. Autore di graphic
novel fra i più interessanti di questi anni. Con lui abbiamo parlato
della genuinità del narrare,
dei compagni di strada, dell'editoria francese e di molto altro.
Vorrei partire da una mia personale suggestione. Io trovo, nel tuo
modo di raccontare storie, una qualche parentela con alcuni film di
Clint Eastwood. Mi spiego. Una narrazione "classica", con uno
svolgimento che fa sì uso di "trucchi" di sceneggiatura, ma che
non se ne lascia sopraffare. E così con le immagini. Arrivi ad usare la
pittura ad olio - una follia per qualsiasi manuale di fumetto - eppure
tutto sembra perfettamente funzionale alla storia. Il mezzo
arricchisce lo svolgersi degli accadimenti, lo rafforza ma non lo
sostituisce.
Ecco. Io trovo che la forza dei tuoi lavori stia - anche -
in questa genuinità del narrare. Credo sia questa la differenza
fra una storia in cui si ha qualcosa da dire, perchè se ne sente il
bisogno, e una in cui si fa ricorso a tutti i "trucchi" per coprirne il
vuoto. Quando penso ai tuoi lavori per Coconino, penso a Million dollar baby o Mystic river.
Storie piccole e maestose allo stesso tempo, in cui la perfezione
matematica della sceneggiatura non ha bisogno di nascondersi dietro una
fotografia (o recitazione) ruffiana. Eastwood non avrà inventato nulla ma quello che fa lo fa da dio, mi ripeto alla fine di questi film. Ti ci riconosci?
Million Dollar Baby non l'ho ancora visto, ma Igort (disegnatore e mio editore Coconino)
me ne ha parlato con un tono furbino, dicendo che secondo lui mi
sarebbe piaciuto molto. Insomma, credo che intendesse che aveva trovato
delle affinità con il mio lavoro. Lo vedrò. Mystic River è un
film che mi è piaciuto molto. L'idea della trasmissione del male
e la tendenza a "diffidare delle vittime" che si trova nella
storia mi hanno veramente affascinato. Mi interessa la narrazione
lineare, senza strappi. Semplice. Vorrei riuscire a trattare argomenti
complessi nel modo più semplice possibile.
Fondamentalmente, in ogni campo artistico, ho una profonda avversione
per "le figate". Per le trovate ad effetto, i trucchi stilosi. Ho
avversione per questo atteggiamento nella pittura come nel cinema
e, naturalmente, nelle storie a fumetti. Spero davvero di
possedere una "genuinità" nella narrazione. Sarebbe una buona
cosa. Ci provo comunque.
Ho un metodo che consiste nel non fidarmi di me stesso. Mi considero
un prodotto tipico della società dei consumi e dello spettacolo
televisivo, quindi parto dal presupposto di avere un immaginario
"sbagliato" e irreale. Così tengo d'occhio le idee che mi si presentano
alla mente come "intuizioni". Quando poi mi appaiono come "intuizioni
geniali" allora mi si accende l'allarme rosso e comincio a
pensare che ci sia qualcosa che non va. Mi fermo. Provo a cercare
dentro di me uno sguardo meno corrotto. Mi illudo a volte di trovarlo.
Mi illudo, ripeto.
Quanto è importante la disciplina in quello che fai? e quanto - ovviamente - la sua assenza, lo scarto, la deroga, l'eccezione.
Difficile dirlo. Anche qui siamo nel campo delle cose che poco
controllo. Ci sono momenti in cui dovrei stare al tavolo a
lavorare e invece mi ritrovo a farmi continui attentati, ad
inventare modi per perdere tempo, per fare altro. Capita però
che, con il senno di poi, mi trovi a scoprire che quegli
attentati erano "utili". Faccio un esempio per non parlare in modo
troppo astruso:
In questi giorni sto lavorando al libro nuovo ("La stanza" sarà forse
il titolo definitivo) per Gallimard. E' un lavoro importante, per
un editore molto prestigioso ed ho poco tempo a disposizione.
Bene: mi sono trovato ad inventarmi il soggetto per un possibile film,
mi è venuta voglia di andare al mare ed abbronzarmi (cosa
rarissima, per me) ed altre strane tentazioni. Così ho
trascorso giorni senza lavorare al libro, con la coscienza che mi
mordeva i polpacci (la mia coscienza è bassa). Poi sono tornato al
lavoro ed ho scoperto che il sole mi aveva dato idee per le luci
della scena e molte parti della sceneggiatura non funzionavano e
ho dovuto riscriverle. Se non mi fossi "bloccato" non me ne sarei
accorto. la storia sarebbe uscita più debole. A volte (quando sono
ottimista) penso di avere dentro di me una persona sconosciuta e
più accorta di quanto io non sia. Questa persona mi fa fare cose
diverse, a volte, che si rivelano positive. Mi fa anche staccare dal
lavoro, quando serve. Io non lo farei e allora lei si inventa
modi diversi.
Torno alla disciplina. Per lavorare bene mi devo svegliare presto. Devo
mettermi al tavolo PRIMA che altre tentazioni si affaccino alla
mia giornata. A volte penso che ci sia una certa incompatibilità tra lo
"stare al mondo" e lo "stare al mondo raccontando". Il fatto di
chiudersi in una stanza per mesi a scrivere e disegnare mentre
fuori scorrono le primavere è abbastanza folle, se ci pensi bene. Io
devo evitare di ricordarlo. Devo restare nella storia senza
guardare fuori dalla finestra di casa. Devo convincermi che il
mondo che conta è quello che sto scrivendo e che l'altro (quello
reale) è sostanzialmente privo di interesse.
Credi ci siano in circolazione autori (ovviamente non solo di fumetti)
nel cui lavoro trovi delle affinità? non parlo dei tuoi
riferimenti (quelli da cui in qualche modo hai preso coscenza del tuo
voler narrare) ma coloro che senti compagni di strada.
Sicuramente ci sono. Io non conosco molto del mondo della cultura e
dell'arte. Sono un ignorante che cerca di imparare e rimediare ad anni
vissuti all'insegna del menefreghismo assoluto nei confronti del
mondo. Non mi piace l'idea di fare una lista. però sento come "compagni
di strada" altri autori che hanno scelto di guardare le cose partendo
da un punto di vista almeno minimamente autentico. E' uno sforzo. Non
essere americani ad esempio, non è facile. Trovo affinità con il lavoro
di registi come Garrone o Gaglianone e sicuramente con autori come
David B. o Igort o Giacomo Nanni, Amanda Vahamaki, Andrea Bruno,
Michelangelo Setola, ecco che ho fatto una lista ed ho
dimenticato moltissimi nomi importanti. Mi fermo subito. Il fatto è che
queste affinità sono difficilmente di carattere estetico, sono
piuttosto interessato all'aspetto etico. Il modo in cui un autore
si pone nei confronti del lavoro mi interessa forse di più del
lavoro stesso. Immagino che questo sia un approccio sbagliato, ma
mentirei se dicessi il contrario.
Mi parli di Matteo Garrone (il regista di "L'imbalsamatore" e "Primo
amore"). Non ci avevo pensato ma mi pare ci sia un dato molto forte in
comune. Nei suoi film i personaggi parlano con un fortissimo accento
(napoletano o veneto), i luoghi sono riconoscibili, eppure tutto
potrebbe essere traslato in Australia, in Canada senza perdere
credibilità. Un po' quello che tu dici (intervista di Roberto La
Forgia) sta
succedendo al tuo "Appunti per una storia di guerra", il libro la cui
traduzione per la Francia prevede il cambio dei nomi dei luoghi. Questo
credo abbia a che fare con la classicità. Ovvero con la capacità di
un'opera di andare oltre il proprio tempo e il proprio ambito per
diventare, appunto, un
classico. E mi pare paradossale che di solito quando si parla di
classicità si pensi subito a qualcosa di paludato, ammuffito, senza
vitalità. Di contro invece si tende ad esaltare quello che con un paio
di figate si spaccia per "nuovo" (penso ai patetici tentativi di certa
arte elettronica, vecchia e inutile dopo un paio d'anni). Scòzzari ci
ha anche disegnato molto tempo fa: "Il nuovo è sempre meglio del
diverso". Cos'è, la dittatura della moda? la necessità di vendere
merce nuova ad ogni stagione?
Il mercato vende le novità. È normale. Ed è normale che spesso
alla novità non sia affiancato uno spessore sufficiente. La cosa
comunque non mi preoccupa. Non mi pongo il problema. Scrivo e disegno
storie per una esigenza personale. Se un giorno dovesse venire
"la moda delle graphic novel" mi ritroverei ad essere di moda.
Potrebbe essere divertente ma credo che (più probabilmente) non me
ne importerebbe niente. Non credo nemmeno che ci siano artisti
che lavorano seguendo una moda. Non credo che questo accada
coscientemente in sostanza.
È solo che viviamo nella società dei consumi e se non si sta
attenti (sempre sempre sempre) ci si trasforma. E' un attimo. Si
abbassa la guardia e ci si trova trasformati.
Quando si fa sentire l'esigenza di narrare? quando è che sai che è arrivato il momento di mettere in scena una storia?
Difficile dirlo. Sembra che le storie siano da qualche parte, nei
pensieri. Spesso hanno forme diverse per cui non le riconosco come
storie che vogliono essere raccontate. A volte sembrano pensieri
"normali". Sentimenti comuni come l'indignazione o la gioia,
l'amore e che si ripresentano all'attenzione in modo ciclico.
Poi, solitamente accade che questi pensieri si trasformino in azione.
Mi trovo improvvisamente ad immaginare scene complete che fanno da
motore per la scrittura. E' qualcosa su cui non ho un grande
controllo. Il passaggio dal pensiero all'azione è per me tutt'ora un
grande mistero. Quando un pensiero diviene azione ha già in se
buona parte dell'idea della storia. L'ambientazione, i
personaggi. E' una cosa strana, come se "vedessi" le prime scene e mi
ritrovo a scriverle. Mentre scrivo sento i personaggi parlare e li
trascrivo. Spero di non passare per medium descrivendo questo processo.
Questa è comunque la prima fase del lavoro. Solitamente il novanta per
cento delle cose scritte durante questo trasporto si rivela essere
strutturalmente molto debole. Allora ci lavoro su. Cerco di capire le
motivazioni interne che hanno generato quel pensiero e quell'argomento.
Di solito arrivo a scoprire le motivazioni profonde, magari in cose che
mi sono accadute e mi hanno colpito o in riflessioni che ho fatto
a proposito di situazioni reali. Per me è molto importante capire
la motivazione profonda. E' una specie di ancora di salvezza
durante il lavoro. Mi dice "di che cosa parla la storia", mi
aiuta a trovare il finale ed il comportamento dei personaggi.
Hai mai pensato di ritagliarti il ruolo di puro interprete? del tipo
prendere una tragedia greca, una canzone di Capossela e filtrarla
attraverso la tua sensibilità, i tuoi acquarelli.
No. Non rientra nelle cose che mi piacciono. Non ho uno spirito
sensibile in questo senso. Ho amici autori che sono veramente
ispirati da altri artisti, da musicisti del passato o da figure
importanti della letteratura. A me questo non accade. Non so perchè.
Credo che sia legato all'ignoranza di fondo che mi porto dentro.
Non ho mai una vera e completa partecipazione al lavoro altrui. Credo
che sia un difetto. Lo è di certo. Ma è un dato di fatto. E poi
ho un modo di scrivere e lavorare che prevede continue modifiche
in corso d'opera. Fino all'ultimo istante le cose possono
cambiare. Questo è un tipo di attitudine che mal si addice al
lavoro su un materiale fatto da altri, già terminato e concluso.
Le prime volte che ho visto la tua firma (su Cuore credo) ricordo
di aver avuto l'impressione di immagini "rozze", quasi non all'altezza
del contesto. Non avendole ora a portata di mano non saprei dirti
se quell'impressione fosse solo un mio abbaglio. Anni dopo ti ho
"ritrovato" con una qualità straordinaria. Che rapporto hai con la
tecnica?
La tecnica è stata una ossessione fino ai 30 anni. Volevo disegnare
"bene". Qualunque cosa questo possa significare. Sperimentavo, provavo
tecniche e materiali diversi. Ero bravo, ma non
avevo niente da dire. I primi disegni su cuore rappresentano per me
l'abbandono di questo desiderio infantile di "far bella figura" con il
disegno. Quando iniziai a lavorare per il giornale ero arrabbiato.
berlusconi aveva appena vinto le elezioni (1994) e io vedevo
concretizzato al governo del paese tutto un catalogo di
atteggiamenti e modi di vivere che mi ripugnano profondamente.
Avevo delle cose da scrivere. Non mi importava del disegno.
Anni dopo ho recuperato la passione per il disegno, per la luce e le
forme. Diciamo che sono cambiate le esigenze. Alcuni concetti venivano
trasmessi più efficacemente con la pittura e il disegni. Ma,
comunque, queste pitture e questi disegni erano sempre
subordinati alla storia da raccontare.
Ho enormi difficoltà a disegnare senza una motivazione profonda. In
sostanza non lo faccio proprio. A volte mi dispiace, sopratutto quando
mi trovo con disegnatori giovani che hanno la passione del
disegno per il disegno. Li invidio, anche se solo per un secondo.
Se ho capito bene, tu insegni anche. Mi racconti il mondo degli
apprendisti disegnatori? cosa pensano di avere davanti? cosa li spinge
verso questo mestiere? cosa ti piace e cosa non ti piace di chi inizia
adesso?
Gli apprendisti disegnatori che ho incontrato nelle scuole dove
ho insegnato finora sono sopratutto apprendisti esseri umani.
Voglio dire che la questione disegno è secondaria ad una più vasta
gamma di capacità che un aspirante scrittore o disegnatore (o
essere umano, comunque) dovrebbe apprendere. La prima,
fondamentale secondo il mio punto di vista, è la capacità di
vedere le cose con il proprio sguardo. Sembra una banalità ma è
stupefacente quanto della nostra fantasia in realtà non ci
appartenga realmente, quanto i nostri gusti (la nostra vista
addirittura) sia indotta dall'esterno. Sono convinto che per raccontare
sia necessario sviluppare una propria originale capacità di
vedere. A questa capacità è legato lo stile, il taglio del racconto.
Se prendo una delle mie classi e chiedo di mimare una sparatoria tutti
si mettono in pose da gangster del cinema. Questo è un esempio di
fantasia standardizzata. Il mio lavoro con i ragazzi finora è
consistito nel mettere in atto una serie di esercizi per
sviluppare una propria capacità di vedere le cose e quindi una
fantasia quanto possibile personale.
l'osservazione della realtà è il metodo. Mando i ragazzi a fare dei
reportage disegnati di posti che conoscono. Voglio che mi
raccontino cosa vedono e che facciano disegni dal vero.
Questo esercizio li obbliga (quando le cose vanno bene) a vedere le
cose di tutti i giorni in modo diverso dal solito. Questa
differente profondità di sguardo (necessaria per disegnare dal
vero e per raccontare) gli fa spesso scoprire nuovi sottili
strati di realtà. Se questo accade, è possibile che si sia dato inzio
ad un percorso di rivelazione personale.
I disegnatori che non fanno questo percorso sono costretti a costruire
il proprio immaginario su quello di altri. Va benissimo, ma non è una cosa che mi interessa.
Personalmente, so quale profondità di sensazioni ricevo quando vedo
un lavoro fatto da qualcuno che ha "visto" davvero le cose. E
questo indipendentemente dalla qualità grafica del lavoro.
Il fumetto, soprattutto se non seriale, è un mezzo di nicchia, mi
sembra inutile far recriminazioni sui perchè e i per come. Di
fatto è così. Ora e qui in Italia, almeno. Questo ti fa rosicare
o sei fra quelli che se ne fregano e si beano della condizione di
"artista incompreso"?
Non mi fa rosicare. Mi dispiace un poco perchè è una strada molto dura
per i ragazzi giovani con cui sono in contatto. E mi dispiace che
in Italia il pubblico dei fumetti sia adolescenziale
e orientato quasi esclusivamente verso manga e seriale. Non
rosico, lavoro con la Francia dove i miei libri stanno andando molto
bene. "Appunti per una storia di guerra" ha avuto pochissime recensioni
in italia ed in francia è stato recensito sui maggiori giornali, ed è
considerato un "coup de coeur" come dicono loro. In tre mesi ho venduto
quattro volte quello che avevo venduto in italia in un anno.
Adesso sto lavorando al nuovo libro che uscirà per Gallimard, mentre
il precedente è uscito con Actes Sud. Sono due case editrici di
letteratura, ed anche questo credo che sia rivelatore. C'è una
attenzione enorme verso questo mestiere ed una grande serietà nel
leggerlo e criticarlo. Questa serietà è uno stimolo molto forte nel
lavoro. Gli Innocenti (Coconino/Vertige Graphic) verrà stampato in
quattro diverse nazioni. Esterno Notte sta per uscire in
germania, francia e spagna. In Italia, quando dico che faccio romanzi a
fumetti storgono il naso e poi mi domandano:" ah si? E quale
personaggio disegni?".
Non per niente Tuveri (Igort) e la Coconino sembrano avere i piedi ben piantati
in Francia. A proposito di Coconino ed editori, perchè non si riesce a
trovare più una rivista che sia una nelle edicole? Possibile che non ci
siano strade intermedie fra il ciclostile delle autoproduzioni e gli
almanacchi semestrali come Black? Possibile che non ci siano abbastanza
persone a cui interessi conoscere il proprio presente attraverso la
griglia di un fumetto, che non voglia solo il puro intrattenimento sul
modello Bonelli?
Possibile. Queste domande andrebbero girate ad Igort che ne sa molto
più di me. Tuttavia, spesso c'è proprio un problema di conoscenza del
lavoro. Ho visto lettori di fumetto seriale innamorarsi di graphic
novel una volta che qualcuno si è preso la briga di segnalarne
loro l'esistenza. Molti ragazzi con cui ho avuto a che fare nei vari
corsi che ho tenuto erano semplicemente all'oscuro dell'esistenza
di un racconto a fumetti "altro". Molti di questi adesso sono
lettori di David B. di Igort, di Sfar o miei. C'è, in sostanza, una
battaglia da portare avanti per far conoscere questo genere di
racconto. Si può fare, anche se è faticosa e l'italia non è
proprio il posto più adatto per qualsivoglia battaglia di stampo
anche solo minimamente culturale.
Anni fa chiesi a Enzo Siciliano cosa pensasse della televisione e come
vivesse lui, autore e critico letterario, questa "subalternità" di
qualsiasi mezzo all'unico realmente di massa in italia. La risposta non
la ricordo, certo non ne era entusiasta. Non molto dopo, lui divenne
presidente della RAI. E la RAI continuò però ad essere il solito
pachiderma spargiletame. Mi dici che rapporto hai tu con la
televisione? la guardi, la ignori, ti fa schifo...? pensi mai a
cosa potrebbe essere e non è?
La guardo. Ma la guardo molto meno rispetto al passato. Ho sempre paura
di finire con lo scambiare le esperienze televisive con le
esperienze reali. Spesso provo una grande tristezza pensando alla
potenza del mezzo ed all'uso demente e distruttivo che ne viene fatto.
E' davvero incredibile. ma questo accade anche con il cinema. In
teoria, questi due mezzi potevano essere utilizzati per creare
coscienza. Invece vengono utilizzati quasi esclusivamente per
distruggerla. Qui però rischiamo di finire sul concetto di
"divertimento e distrazione", argomenti riguardo ai quali ho
posizioni più simili a quelle di Don Milani che di Maurizio
Costanzo. Comunque, non vedo messa bene la tv. Mi sembra sempre più un
pianeta a se, popolato da alieni che parlano solo di loro tra di
loro. Alieni non è un termine a caso. Mi dispiace per i vecchi. Molti
vecchi concludono la loro vita davanti ai teleschermi. Bombardati
da stronzate. E' una cosa davvero triste.
Sei riuscito a farti un ritratto del tuo lettore tipo? attraverso le
presentazioni, il sito,
le fiere immagino che molti ti abbiano
contattato, scritto. Per un narratore "viscerale" come te sono portato
a credere che il feedback, il ritorno delle emozioni sia
importante. Sbaglio?
Non sbagli. Io soffro di dipendenza dal giudizio altrui. Questa è una
cosa che non riguarda soltanto la vanità ma tocca un lato ben
preciso del mio modo di lavorare.
Quando sono su una storia perdo quasi completamente la capacità
di giudizio complessivo del lavoro. Certo so giudicare se una
scena funziona, ma il racconto finito, nell'insieme, è qualcosa
che mi sfugge. Le opinioni dei lettori sono qualcosa con cui io stesso
costruisco il mio giudizio postumo sul lavoro. Forse non
completamente, in effetti, ma in parte è proprio così.
Credo che anche questo non sia un aspetto molto positivo.
Le tue tavole. Le onomatopee sono quasi assenti. Assieme ai bellissimi
campi lunghi e lunghissimi, le linee d'orizzonte bassissime, questo fa
sì che esse risultino silenti. Si ha l'impressione che tu tenda a
depurarle dal rumore di fondo. Che ruolo ha in questo la musica? dal
tuo blog vedo che la storia in costruzione narra di ragazzi che
suonano. E leggo anche di una tua chitarra elettrica.
Ho sempre suonato. Da ragazzino il pianoforte, poi il basso, la
chitarra. Durante l'adolescenza cantavo in un gruppo hardcore.
Andare in giro e fare concerti è stata una esperienza bellissima. Però
suono male. Non mi sono mai dedicato abbastanza. Se c'è un legame con
il disegno sta nel ritmo e nel voler sempre suscitare una idea di
"musica" con la scansione del racconto.
Nella mia testolina io "sento" tappeti sonori quando disegno una scena
con campo aperto e sento ritmo quando tengo un dialogo o una
azione serrata. Però non lavoro quasi mai con la musica. Solo in questi
ultimi giorni, sto ascoltando alcuni album dei Nine Inch Nails in
modo abbastanza ossessivo. Non sono un esperto di musica comunque e
sono slegato dall'avanguardia. Ho amici giovani che mi informano e mi
fanno sentire cose nuove.
Chiuderei con una curiosità. Cosa pensi del fumetto da parete? intendo
delle tavole esposte in mostra. Sono un'aberrazione o credi che sia una
dimensione, anche quella, importante?
Mai ritenuta una dimensione importante. Per me il lavoro finito è il
libro stampato. non ho cura degli originali. non mi interessano.
Certo, in alcune fasi della mia breve vita di disegnatore, la
vendita degli originali mi ha salvato dal fare la fame. Ben
vengano quindi collezionisti ed espositori. hanno una passione che
non condivido ma che mi ha salvato più volte. E comunque, vedere
originali per un disegnatore è importante e quindi sono
importanti le mostre. Si capiscono un sacco di cose vedendo delle
pagine originali. Ricordo che avevo diciotto anni. Per un caso mi
trovai in mano le tavole della prima storia di Rank Xerox
disegnata da Tanino Liberatore. Mi sembrava una magia. E'una sensazione
che non ho mai più dimenticato.
Alcuni link:
Baci dalla provincia
Coconino
Canicola
Forummonza.info
30 maggio 2005
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