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Antonio Cornacchia Studio Creativo

imagePuglialibre mi intervista. Il tema è la gente del Sud dell'Italia che emigra verso Nord. L'autrice è la deliziosa Azzurra Scattarella. Fra le altre, troverai anche la risposta ad una domanda micidiale: «Qual è la tua personale risposta a quelli che dicono, polemizzando, che è sbagliato partire, perché se tutti quelli del Sud se ne vanno al Nord, dove andrà a finire il Sud?»

 

 

Antonio Cornacchia, direttore di www.vorrei.org e art director. Altamurano, vive a Monza e risiede in Lombardia da ormai quattordici anni. La sua esperienza, i suoi consigli, la sua storia.

Innanzitutto, spiegaci un po’ cosa fai.

Sono un art director, in italiano sarebbe direttore artistico ma farebbe pensare a qualcos’altro. Il mio ruolo, nell’ambito della comunicazione di un’azienda o di un evento, è quello di ideare, creare e realizzare tutta la parte creativa. Mi occupo dalla progettazione dell’immagine coordinata (il logo, il marchio e le loro applicazioni), della presenza online (sito web, account sui social network, campagne banner) e di quella offline (pubblicità sulla stampa, in tv, alla radio, sulle affissioni stradali). In più curo progetti editoriali, sia che mi vedano coinvolto in prima persona che per alcuni clienti. Sono consulente di editori librari e di testate giornalistiche. Infine – quando se ne presenta l’occasione – mi dedico anche all’ideazione di eventi e rassegne culturali.

E, in secundis, perché hai scelto di trasferirti in Lombardia?

Per amore di una donna.

Com’è stato il primo impatto dal punto di vista lavorativo con il “mondo di su”?

Nei primi anni ad Altamura, dopo gli studi in Accademia delle Belle Arti, avevo lavorato solo come grafico. Una volta a Milano sono entrato in una delle più grandi agenzie di pubblicità italiane. Era come se fossi entrato a far parte della rosa del Milan: con direttori creativi come Gavino Sanna e Pasquale Barbella e colleghi come Vicki Gitto, che adesso è fra i più noti creativi del pianeta – e mi si è aperto un mondo. Professionalità di altissimo livello, budget enormi, ambiti internazionali. Molto stimolante, formativo. E stressante. La mia dimensione ideale è più artigianale e a quella sono tornato dopo quattro anni, facendo tesoro dell’esperienza accumulata e mettendola al servizio di clienti più piccoli.

E dal punto di vista umano? Casi di discriminazione o “leghismo”?

No, nessuno. In un ambiente così dinamico, pieno zeppo di persone arrivate da ogni parte, sarebbe veramente impensabile.

Parlaci de La rivista che vorrei, il tuo progetto alternativo di informazione. Com’è nata, chi ti ha aiutato, come va dopo anni di lavoro.

Tutto nasce da un presupposto: l’informazione è un bene sensibile. Come la scuola, la salute. Lasciarla solo a logiche commerciali non è sano. Non si possono vendere le notizie e l’approfondimento come fossero scarpe: finisci per produrre solo quelle comode. Così nel 2008 ho fatto girare qualcosa di simile ad un appello fra i miei contatti, per invitare a riflettere insieme sulla possibilità di pensare ad una testata slegata da logiche di mercato. Si sono avvicinate persone, tante, con esperienza e storia diversissime. Così è nata La rivista che vorrei, per tutti solo Vorrei. Con il tempo la cultura e l’ambiente sono diventati i nostri cavalli di battaglia e un preciso ambito territoriale (quello intorno Monza) il nostro riferimento. Perché su quello avremmo potuto dire qualcosa di inedito, su questioni nazionali sarebbe ingenuo credere di poter dire qualcosa che non sia stato già detto da altri. Negli anni c’è stato un grande via vai di collaboratori, da pazzi scatenati convinti di avere a che fare con chissà che a persone squisite. Del nucleo fondativo siamo rimasti in 5-6. Non essendo fonte di alcun guadagno, o hai motivazioni personali e civili molto forti oppure non riesci a star dietro ad una iniziativa così molto a lungo. Oggi, io credo che la rivista sia di fronte alla necessità di una evoluzione. Non so bene verso quale direzione, ma sarà sano ripensarla.

C’è secondo te uno spirito o un approccio diverso al lavoro di chi è all’interno dell’industria della comunicazione o delle aziende editoriali e culturali rispetto a quanto esiste al Sud?

Sono via da quasi 15 anni ormai e non conosco benissimo quanto accade in Puglia. Da lontano vedo che tanto è cambiato, che sono nate realtà molto interessanti, penso per esempio a Caratteri Mobili e ai bellissimi film prodotti sul territorio, fortunatamente senza essere banali cartoline (mi viene in mente Mar piccolo, ad esempio). Ovviamente la stratificazione profonda e permanente, anche in un’epoca ansiogena e bulimica come la nostra, ha tempi geologici. La trasfusione di conoscenze da Nord e Sud, fra estero e locale che gli studenti e i professionisti che emigrano e arrivano è indispensabile e benefica. Ma ci vogliono tempo, risorse e serietà per alzare il livello medio generale di consapevolezza. Di sicuro c’è che il numero di persone che lavorano, o vorrebbero lavorare, negli ambiti creativi e in quelli della comunicazione è aumentato vistosamente, al Nord come al Sud. Che abbiano qualcosa di interessante da comunicare, poi, è tutto da vedere.

Qual è la tua personale risposta a quelli che dicono, polemizzando, che è sbagliato partire, perché se tutti quelli del Sud se ne vanno al Nord, dove andrà a finire il Sud?

Io sono un privilegiato perché sono andato via per una mia scelta personale. Non ero di fronte ad un obbligo come lo era stato mio padre negli anni ’50-’60 prendendo il treno Bari-Zurigo. Quindi non sono la persona più preparata per questa risposta. Penso però che muoversi faccia sempre bene, conoscere, confrontarsi, aprirsi. La differenza sta nel farne una scelta: se lo fai per forza, vuol dire che dove sei non hai prospettive. La causa di questa mancanza è un misto di limiti personali, limiti ambientali e contesti sociali. La soluzione, o almeno il tentativo di, è l’azione personale e collettiva per migliorare il presente. Non sopporto chi si lamenta senza muovere un dito, aspettando la provvidenza o il gerarca di turno che gli regali il posto fisso. E non sopporto chi crede di vivere nel posto più bello del mondo senza aver vissuto neppure una settimana di seguito altrove e non per vacanza. Al Sud come al Nord la differenza la fa la consapevolezza che i diritti non sono favori fatti da altri. E sono lo specchio dei doveri.

Se tornassi indietro, rifaresti la stessa scelta?

All’amore non si comanda. Soprattutto dopo.

Cosa diresti a un ragazzo/a che sta decidendo se vagliare o meno la possibilità di trasferirsi al Nord dal Meridione d’Italia?

Abbi coraggio. Fatti questa esperienza, impara tutto quello che puoi e mettiti nella condizione di poter scegliere cosa fare poi della tua vita. È un lusso, lo so. Prova a conquistartelo.

Azzurra Scattarella