Antonio Cornacchia | Studio creativo

Dai CCCP al concerto di febbraio a Bari, passando per "Oratorio", tre giorni di narrazioni nel gennaio '96. Con Giovanni Lindo Ferrretti

 

C'è stato un tempo in cui scrivere non mi costava la fatica di adesso, negli anni Novanta per esempio scrivevo molto su Carta Libera. Questo testo lo pubblicai sul numero 102 del marzo 1998, quando il film Kissing Gorbaciov non era neppure nella immaginazione di qualcuno.

 

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Molti anni fa fra la terra di Puglia e un gruppo musicale che pugliese non è naque un legame così forte da resistere ancora oggi. Negli anni 80 si teneva a Melpignano, paese del Salento, qualcosa di simile ad un festival della musica alternativa italiana. Fra le formazioni ospiti ci fu, appunto, quella dei CCCP Fedeli alla Linea, punk come lo erano i tedeschi, non certo gli inglesi: portatori insani del morbo dell'inquietudine esistenziale più che per questione di stile.

Cresciuti nella più rossa delle provincie dell'impero americano, quella di Reggio Emilia. «Filosovietici per sentimenti più che per scelta politica». Fu sul finire del decennio - e dell'impero comunista - che il legame partorì, su iniziativa del piccolo Comune salentino, addirittura una "spedizione" a Mosca e Leningrado del gruppo italiano, assieme ai Litfiba, i Rats e i pugliesi Mista & Missis. Siccome la vita spesso di traveste da inspiegabile dispiegarsi di traiettorie, al ritorno dalla breve tourneé dei CCCP entrarono a far parte quattro dei suonatori dei Litfiba, Maroccolo, Magnelli, Canali e Ringo De Palma, lasciando gli altri due, Piero Pelù e Ghigo Renzulli ad una deriva di fatiscenze creative, che ancora oggi sembra non trovare dignitosa fine.

Frutto succoso di quell'incrociarsi di destini fu "Epica Etica Etnica Pathos", ovvero quel che segna la differenza fra l'essere e il non essere. Per me, lo so. Trascorso poco tempo due nomi cessarono d'esistere, CCCP e Ringo De Palma, uno per l'estinguersi delle storie e delle necessità, l'altro per l'estinguersi di un debito con la propria vita. Però si sa, le avventure - come le sfighe e i risucchi di muco di naso - non terminano, così, per volontà di alcuno. Sicché bastarono un paio d'anni di gestazione perché Giovanni Ferretti e Massimo Zamboni, canto e suono dei CCCP, tornassero a confrontarsi con le proprie pulsioni e palpitazioni e con il nuovo nome: Consorzio Suonatori. Indipendenti, come la Confederazione degli Stati, CSI. Compagni e motore della 'nuova' avventura sarebbero stati gli ultimi arrivati nella scorsa, Gianni Maroccolo basso, Francesco Magnelli tastiere e Giorgio Canali "chitarra disturbata", a cui si aggiungeranno con i mesi e le registrazioni Ginevra Di Marco al canto melodioso e Gigi Cavalli Cocchi, tamburi.

La celebrazione di quel nuovo matrimonio con il mondo trovò per palcoscenico il Museo d'arte contemporanea "Luigi Pecci" di Prato in una serata poi rispecchiata in un disco, "Maciste contro tutti", dove trovano spazio anche gli Ustamò e i Disciplinatha. Ma il vero ritorno alla procreazione arriva all'inizio del 94 con "Ko de mondo" a cui sono seguiti altri album, per un totale di 3 in studio e tre dal vivo. Proporzione abnorme ma inevitabile per una formazione che ha fatto dell'evento un'abitudine, ma senza la noia della routine. Nel frattempo il legame con questa terra ha continuato a dispiegarsi e negli ultimi mesi ha portato i baresi Radio Dervish (ex Al Daravish) in procinto di pubblicare un album con l'etichetta di Ferretti e Zamboni, "I dischi del mulo". «Siamo contentissimi di essere il primo gruppo al di qua della "linea gotica" ad essere prodotto dal Consorzio, Giovanni poi non fa che caticchiare una delle nostre canzoni e probabilmente nell'album sarà lui a cantarla», parole di Nabil, la voce palestinese compagno di strada di Michele Lobaccaro, altra metà della band indigena.

È stato al Palaperla, il 18 febbraio, che Ferretti e soci hanno lasciato quello che per ora è l'ultima impronta in Puglia. Concerto intenso, fragoroso come molti non si aspetterebbero dai CSI, dalle loro cupe vampe e dalle loro palpitazioni tenui. Ma "Tabula Rasa Elettrificata" ha soffiato via i veli dagli amplificatori e ha riportato il volume in alto fra i meccanici clangori di "Unità di produzione" e gli echi di antiche insofferenze da non studio, non lavoro, non guardo la tivù... Due ore di canzoni senza incombenze parolaie, gli occhi di Ferretti "limitati" da una corda, il muro di suono imponente. Sufficiente. Senza altre parole perché chi c'è c'è, chi non c'è non c'è. Ma c'è stato un altro momento in cui il legame si è fatto intenso, odorante di vissuto. Fertile di emozioni e di sensazioni.

 

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Alla fine del gennaio '96 il Teatro Kismet invita Ferretti per tre giorni di narrazione. L' "Oratorio" accoglie una dozzina di seminaristi, fra musicisti e teatranti s'infila - per quelle fortune che capitano così raramente, densamente spopolata è la felicità - anche colui che scrive in queste righe. Il pretesto è la genesi della scrittura, della parola che si fa verbo. Sono i giorni in cui "Linea gotica" è pronto per la pubblicazione. Il disco più denso, più "profondo" dei CSI. Tinto dal fiammeggiare della guerra in Jugoslavia e da vampe meno evidenti, parole sussurrate, che stanno conficcate in gola. Alchemico intruglio di inquietudine punk, ma non per modo di apparire, tanto che la batteria è quasi assente. E quei tre giorni diventano un viaggio, contraltare introspettivo a quelli geografici che ormai sono una costante dei CSI (Bretagna, Mongolia...).

Molto, moltissimo gioca la fascinazione di cui Ferretti è portatore, il suo aspetto da sacerdote malato, dove la malattia è oltre il dolore. E molto, moltissimo Ferretti gioca con questa sua possibilità, gettandola per intero nel piatto «C'è chi è portato a parlare del lato oscuro delle cose, noi siamo così. Forse non ci piace, ma è così. Invidio la lievità di chi sa avvicinarsi all'altro lato delle vicende, quello luminoso, noi non ne siamo capaci». La narrazione attraversa tutti i suoi anni, più di quaranta, sin dall'infanzia sull'appennino emiliano, nell'antica casa di famiglia, senza la figura del padre vicina (lasciami qui, lasciami stare, lasciami così, non dire una parola che non sia d'amore), ma assieme agli animali «Mia nonna dice che chi non è capace di badare ad un animale non sarà mai capace di badare a sé stesso». La giovinezza e la militanza politica, la scoperta a Reggio Emilia di Lotta Continua, del PCI e quindi la fuga, nel lavoro coi "malati di mente" «Siamo abituati a dire "non ce la faccio più" per qualsiasi cosa, anche un semplice contrattempo. Lì ho visto uno spaccarsi la testa con colpi contro il muro perché "devo fare uscire il male che c'è dentro", così ho imparato a dare un senso a quello che è il dolore». Ho dato al mio dolore la forma di parole abusate che mi prometto di non pronunciare mai più.

Poi la musica, tardi rispetto alle classiche biografie "rock", vicino ai trent'anni. «A Berlino una sera ero distrutto, febbricitante e in procinto di tornare a casa. Poi vado a incontrare Massimo che è di Reggio ma che non avevo mai visto prima» e lì nasce la decisione di provare a fare le cose che vedono fare nei locali dai punk tedeschi, ben oltre il rock'n'roll inglese, ben oltre e fuori. Quindi la narrazione diventa la strada dei CCCP prima e dei CSI poi. La serata che conclude la narrazione, il primo febbraio '96, prevede un pubblico che Bari concede numeroso, nonostante non sia un concerto ad attenderlo. I "seminaristi" aprono, allargando la fiducia fino lì scambiatasi in ristretto cerchio. Ferretti si fa rasare i capelli, per mettersi a nudo. Poi ricomincia daccapo l'affabulazione, la lettura, la visione di vecchi e nuovi videoclip. E tutto ha il sapore del rito, della messa laica, dove trovano spazio le irriverenze da 'minporta una sega (che verrà fisicamente dopo) e le sacralità di Madre. Racconta Cristina Piccino sul Manifesto qualche giorno dopo «una frase, un pensiero, parole che girano e aprono a altre voci, magari una tammurriata o il Sud secondo Erri De Luca. Chi osserva resta spiazzato da quel livello inusuale della comunicazione, qualcosa ti sfugge, e ti sfiora il sospetto del "vate". Ma la sera di fronte all'Oratorio [...] quel qualcosa che ti sfuggiva ti arriva chiaro, lo senti con forza. Lo capisci che è una questione di fiducia, e di entusiasmo innocente, ormai così raro e così poco vissuto che quando capita è una magia. O almeno qualcosa difficile da fermare al primo sguardo per lasciarsi andare». Magia. L'ha scritto lei. In quei tre giorni si preferisce "stato di grazia", che è quello che fa la differenza fra chi fa mestiere e chi fa arte, la differenza fra l'abbellimento e l'irrinunciabile.

Concetti occidentali certo, tanto che dovrà arrivare il viaggio fra la rarefazione della Mongolia a fare tabula rasa. Tutto quello che in quei tre giorni Ferretti narra, pochi mesi fa ha trovato spazio in un libro curato da Alberto Campo, inevitabilmente "Fedeli alla linea" edito da Giunti. Arrivato dopo due anni, e senza l'emotività che coinvolge chi è lì, nelle stanze del Kismet. Ora i CSI hanno un "pubblico" numeroso il doppio, arrivano frotte di giovani sinistrati avvisati da Jovanotti. Da una parte gli irriducibili che invocano Emilia paranoica, dall'altra le ultime conquiste che inebriate pretendono, voglio ciò che mi spetta, lo voglio perché mio, m'aspetta. In mezzo anime fiammeggianti, attonite, squarciato il velo della cecità a mezzo cielo, in vuoto, denso d'inganno figurativo, tra ciò che hanno distrutto e ciò che non gli toccherà.

Arriveranno nuovi incroci fra questa terra e le strade degli inquieti, bolscevichi, consorziati o chissà che. Avranno pendenze scoraggianti, vallamenti rigeneranti, comunque tortuosità, che la retta è per chi ha fretta, non conosce pendenze, smottamenti rimonte. E sarà di nuovo festa. «Noi facciamo musica convinti, nel nostro piccolo, nella nostra miseria, di fare della cultura moderna». Chissà se quindici anni dopo queste parole vanno ancora bene.

 

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