
La Certosa di Pavia è un complesso straordinario, per fortuna non molto affollato da cacciatori di selfie, forse perché non abbastanza glamour per il genere di turisti che attira la vicina Milano. I monaci cistercensi, che la vivono e la gestiscono, il 31 dicembre del 2025 la lasceranno, troppo pochi, troppo vecchi. Si direbbe una cattiva notizia, forse lo è, forse no: «Si lavorerà per rendere accessibili spazi attualmente poco o nient’affatto fruibili: le 14 cappelle laterali della basilica che ospitano importanti opere d’arte – da Perugino a Bergognone – la cella del priore, la sala del Capitolo, la sagrestia nuova e la biblioteca». Quando ci andai, nel 2018, lo feci proprio per vedere da vicino le opere di Ambrogio da Fossano, il Bergognone, che avevo da poco imparato ad apprezzare. Quelle che trovai erano cappelle serrate, sporche, e le opere praticamente nascoste. Non una trasferta sprecata — per fortuna c'è molto altro da ammirare e studiare — ma certamente tanto rammarico.
Sapere che tra non molto potrò rifarmi mi rende felice, eppure una sottile inquietudine c'è. Troppo spesso i processi di “valorizzazione” si sono rivelati banali rincorse allo sbigliettamento, in caccia ai grandi numeri che difficilmente si accompagnano a un avvicinamento costruttivo e consapevole ai beni culturali. La speranza è che la nuova gestione sia rispettosa, non svilisca un luogo così prezioso, che permetta di godere appieno della sua storia e delle testimonianze che conserva senza affannarsi nella ricerca delle masse. Se sembra un discorso snob, invito a leggere qualcuno dei libri (ma anche solo gli articoli e le interviste) di Tomaso Montanari, infinitamente più colto e bravo di me.



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