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1997, nella discoteca Caban di Altamura si festeggia il compleanno di Carta Libera, giornale nato tre anni prima.
Cosa fa tutta quella gente intorno a un monitor crt? Sfoglia le pagine web del giornale, una piccola selezione di articoli della versione su carta, pagine html che allora avevo da poco imparato a creare. Pagine ospiti dei server di Altanet, partner della testata.
Nel 1997 si andava di modem a 14.4 kbps, chi ce l'aveva. Quello che per connettersi occupava la linea telefonica e faceva quel rumore inconfondibile. Connessione lentissima per i primi timidi tentativi di informazione online.
Non parliamo poi delle persone inquadrate, pezzi di cuore.
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Una delle più belle mostre che io abbia mai visto, curata da Marco Belpoliti, Gianni Canova e Stefano Chiodi, Anni Settanta si tenne dal 27 ottobre 2007 al 30 marzo 2008 in Triennale a Milano. Tra le tante sale, una soprattutto. L'ingresso mostrava uno spazio al buio, affettato da un raggio di luce che veniva dal basso. Entrati, abbagliati, si scopriva la sorgente della luce. Alfa Romeo GT Veloce 1975-2007 il titolo dell'installazione di Elisabetta Benassi, allestista per la prima volta quello stesso anno a Palazzo Farnese a Roma, ora nella collezione Unicredit ma in prestito a lungo termine al Maxxi. L'auto è identica a quella che guidava Pasolini la notte del 2 novembre 1975, a Ostia. L'auto con cui, già steso per terra dopo il pestaggio, gli passarono sopra ammazzandolo definitivamente.
Elisabetta Benassi Alfa Romeo GT Veloce 1975 2007, 2007
Quei fari puntati nel vuoto sono ancora lì, nella mia memoria. Come la frase del medico incaricato dell'autopsia nel film di Marco Tullio Giordana Pasolini, un delitto italiano del 1995, «Abbiamo finito Pa'».
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Fabio Mauri Intellettuale. ll Vangelo secondo Matteo di/su Pier Paolo Pasolini, 1975. Foto di Antonio Masotti.
È la sera del 31 maggio, l'anno è il 1975. Nella Galleria d’Arte Moderna di Bologna Fabio Mauri presenta la performance Intellettuale. Da un proiettore a pellicola partono le immagini di Il vangelo secondo Matteo e si adagiano a pochi metri di distanza sulla camicia bianca del regista stesso del film, Pier Paolo Pasolini. «La proiezione di un intero film sull’autore possiede la precisione tecnica di una radiografia dello spirito. Comporta l’imposizione di una “passione” che l’autore subisce, per cui sembra rispondere corporalmente di quanto ha concepito. […] Autore ed opera formano una scultura di carne e luce, una unità compatta, paziente, quasi sofferente. Dimostrano, con la forza di una “visione”, d’essere una cosa sola»1.
È il 1975, Pasolini sarà ammazzato centocinquantacinque giorni dopo sul lido di Ostia. Cinquanta anni fa. A fotografare la performance furono Antonio Masotti (sua la foto ripresa qui sopra) e Nino Migliori.
Patti Smith in un ritratto di Robert Mapplethorpe
C'è un'altra foto che avrei voluto aggiungere ma di cui non trovo traccia, Pasolini con Allen Ginsberg nel 1967 a Milano, un anno dopo essersi conosciuti a New York. Allora ne prendo in prestito un'altra, è un ritratto di Patti Smith, fotografata da Robert Mapplethorpe, usato per la copertina di Land, doppio album raccolta del 2002. La traccia numero 8 del secondo disco è Spell, registrata a Portland nel 2001. Il testo di Spell altro non è che Footnote to Howl2, dal più noto dei poemi di Ginsberg, (Howl, L'urlo in Italia).
Quella usata qui di seguito è la versione in studio di Spell (nell'album Peace and noise del 1997), in una sequenza tratta da Dream of life, fantastico film che Steven Sebring dedicò a zia Patti nel 2008, dopo averla seguita per anni con cinepresa e fotocamera. La qualità del filmato caricato a scrocco su YouTube è pessima eppure riesce a rendere abbastanza bene la magnificenza del tutto.
«Everything is holy» canta zia Patti, «Tutto è santo» afferma Chirone in Medea, il film di Pasolini del 1969. Anche in questo caso il filmato è di qualità tremenda, eppure...
Holy! Holy! Holy! Holy! Holy! Holy! Holy! Holy! Holy! Holy! Holy! Holy! Holy! Holy! Holy!
The world is holy! The soul is holy! The skin is holy! The nose is holy! The tongue and cock and hand and asshole holy!
Everything is holy! everybody’s holy! everywhere is holy! everyday is in eternity! Everyman’s an angel!
The bum’s as holy as the seraphim! the madman is holy as you my soul are holy!
The typewriter is holy the poem is holy the voice is holy the hearers are holy the ecstasy is holy!
Holy Peter holy Allen holy Solomon holy Lucien holy Kerouac holy Huncke holy Burroughs holy Cassady holy the unknown buggered and suffering beggars holy the hideous human angels!
Holy my mother in the insane asylum! Holy the cocks of the grandfathers of Kansas!
Holy the groaning saxophone! Holy the bop apocalypse! Holy the jazzbands marijuana hipsters peace peyote pipes & drums!
Holy the solitudes of skyscrapers and pavements! Holy the cafeterias filled with the millions! Holy the mysterious rivers of tears under the streets!
Holy the lone juggernaut! Holy the vast lamb of the middleclass! Holy the crazy shepherds of rebellion! Who digs Los Angeles IS Los Angeles!
Holy New York Holy San Francisco Holy Peoria & Seattle Holy Paris Holy Tangiers Holy Moscow Holy Istanbul!
Holy time in eternity holy eternity in time holy the clocks in space holy the fourth dimension holy the fifth International holy the Angel in Moloch!
Holy the sea holy the desert holy the railroad holy the locomotive holy the visions holy the hallucinations holy the miracles holy the eyeball holy the abyss!
Holy forgiveness! mercy! charity! faith! Holy! Ours! bodies! suffering! magnanimity!
Holy the supernatural extra brilliant intelligent kindness of the soul!
Berkeley 1955

L'opera di Mauri in un allestimento del 2019 al Museo del Novecento Milano
1 F. Mauri, Il Vangelo secondo Matteo di/su Pier Paolo Pasolini, in La forma dello sguardo, catalogo della mostra (Mercati Traianei, Roma, 1985), a cura di F. Mauri, Graf, Roma 1985, p. 34. Fonte
2 "Footnote to 'Howl'" from Collected Poems: 1947-1997 by Allen Ginsberg. Copyright (c) 2006 by the Allen Ginsberg Trust. Fonte
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Alberto Garutti Tutti i passi che ho fatto nella mia vita mi hanno portato qui, ora
È, probabilmente, l'opera più nota di Alberto Garutti (1948-2023,). Non ritrovo le mie foto dell'opera, quindi prendo in prestito questa dal sito di radiosienatv.it
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Samuel Beckett e Alberto Giacometti nel 1961. Foto di Georges Pierre © Fondation Giacometti
Alberto Giacometti stava seduto sulla terrazza del caffè Flore o della Coupole a Montparnasse e si accorse che un tale lo guardava. Aveva un viso magro e lo sguardo attonito e atterrito. Ma Giacometti stava leggendo il giornale e dopo quell’attimo di distrazione, ricominciò a leggere.
A Parigi si vive molto nei caffè e non è una abitudine riservata agli artisti. Chiunque abbia del tempo va al caffè. In Italia si è persa l’abitudine, o si sono persi i caffè. Ma è meraviglioso stare seduti fra la gente in un bar confortevole, d’estate o d’inverno, bevendo qualcosa, chiaccherando con una amica o, ancora meglio, guardando la gente che passa. Uno dei successi di Capri sta nel fatto che la sua celebre piazzetta, così piccola, ha quattro caffè. E tutti si guardano, guardando gli altri. Perché la gente si siede e si alza in continuazione, arriva e se ne va. E quando qualcuno che piace torna a farsi vedere, è meraviglioso; mentre è straziante non vedere più chi vorresti o volevi rivedere. E chi sta seduto con quel peso ha una grande infelicità.
Poi Giacometti finì di leggere e di nuovo si guardò in giro e di nuovo incontrò lo sguardo dell’uomo che lo guardava. I due si salutarono. Ma entrambi decisero che erano troppo pigri per approfondire, e restarono seduti dell’altro tempo.
La gente andava e veniva, qualcuno ormai, dopo aver bevuto i suoi due caffè ordinava un Kir, una bevanda inebriante fatta con vino bianco gelato e crema di cassis. Il Kir poteva preludere a un piatto di formaggio e uova sode e Giacometti, che ne mangiava anche dieci, forse cominciò a farsi venir fame quando uno di quei due uomini che si sbirciavano si sporse dalla propria seggiolina di vimini e disse all’altro: se non sbaglio, noi due ci conosciamo.
I due uomini, infatti, non si erano mossi per pura pigrizia, ma erano vicinissimi di sedia e quasi si toccavano. L’altro, sorridendo, rispose: sembra anche a me. Lei è Giacometti, lo scultore. Vero? Io sono Samuel Beckett, lo scrittore.
Giacometti strinse il fascio dei giornali come se fosse un mazzo di fiori che improvvisamente toglieva la vista al loro dialogo, li strapazzò come se volesse buttarli via, poi disse: ah, già. Be’, come va la vita?
Beckett non rispose a tono ma, dopo un lunghissimo silenzio, gli disse: io la sto cercando da molto tempo. Da molto tempo. E adesso il caso ci fa incontrare.
Giacometti, che sembrava imbarazzato e felice per questa rivelazione, cercò di avvicinare la propria sedia a quella dell’altro. Ma non c’era spazio e riuscì soltanto a incastrare le proprie gambe nel tavolino di Beckett. Il quale proseguì.
Metteranno in scena una mia commedia. Il titolo è: Aspettando Godot. Stanno diventando matti per la scenografia. A me non va bene niente.
Allora ho detto: ci vorrebbe Giacometti. Per me è l’ideale.
Ma io sono d’accordo, esclamò lo scultore. Cosa devo fare?
Un albero, fu la risposta. Il mio testo dice: strada di campagna con albero. È sera.
I due parlarono ancora un po’ quindi si salutarono. Poi Giacometti lesse la commedia e immaginò una scena assolutamente vuota ma con un albero striminzito. E basta.
Quando si ritrovarono Beckett guardò il progetto come se fosse una rivelazione.
Si trattava infatti di una cosa implume, disegnata al bui da qualcuno che aveva fretta di tornare nel letto. Un appunto. Ma quei leggerissimi fili di matita che partendo dalla terra cercavano, con il loro movimento, un po’ di vita, erano sufficienti. Erano, più che un albero, il fumo che si alza da una sigaretta quando brucia.
Al momento delle prove generali della commedia i due artisti si diedero appuntamento nella platea, deserta, di quel piccolo teatro parigino. Al buio nella sala, fumando accanitamente, Giacometti e Beckett osservavano il tecnico delle luci preparare la scena.
I due non parlavano ma stavano concentrati, ciascuno per la propria parte. Poi Giacometti disse: toglierei quel ramo. È di troppo. Tu cosa ne pensi?
Beckett proruppe in una specie di lamento di gioia. E confermò: era la sola cosa che ti volevo dire. Di togliere quel ramo. Adesso va benissimo.
No, disse Giacometti che nel frattempo si era rimesso a sedere. Dobbiamo stare attenti. In scena ci deve essere soltanto l’essenziale.
Non farmi fretta. Fammi pensare.
Passò altro tempo. Nessuno in sala, o sul palcoscenico, osava fiatare. Quando Giacometti si alzò aveva deciso. Attraversò il teatro, salì con un certo sforzo, dato che trascinava il piede ferito, in palcoscenico, si tolse quel relitto che chiamava impermeabile che finì per terra, tolse anche la giacca, poi salì su un praticabile e guardando da vicino il proprio albero cominciò a togliere un rametto dopo l’altro.
Ogni tanto si fermava e, facendosi schermo con la mano, gridava a Beckett seduto laggiù in fondo al buio della platea: adesso va meglio, no?
È perfetto, diceva Beckett. Adesso va proprio bene. Un momento ancora, diceva Giacometti. Aspetta. Spezzò altri rametti. E così?
Be’, così è perfetto.
Aspetta. Ecco.
Quando Giacometti fu soddisfatto, dell’albero era rimasto soltanto l’esile tronco.
Dalla platea, dove i due vi si trovarono per fumare insieme, si vedeva una cosa striminzita e storta, una specie di niente della natura che a loro sembrò l’ideale.
Brano tratto da Giorgio Soavi Il quadro che mi manca
Garzanti Editore, 1986, poi Johan & Levi, 2022.
Aspettando Godot di Samuel Beckett, Teatro Odeon di Parigi, 1961. Foto di Roger Pic © Fondation Giacometti
