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Lo scultore Vito Maiullari
Non sono un fotografo ma faccio qualche fotografia, di tanto in tanto, senza impegno. In questa pagina ne ho raccolte un po', scattate nel tempo ad amici, a conoscenti e a qualche sconosciuto, gente nota e non. In molte in didascalia c'è il nome, in altre no, sono pigro ma magari un giorno le sistemerò tutte.
Mi piace la fotografia in cui ci sono persone e mi piace la fotografia di Anton Corbijn, meraviglioso autore di cui ho cercato di emulare in post-produzione la formula magica che dà quel sapore così particolare alle sue immagini. Non sono un fotografo, quindi posso ammetterlo.
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Il primo numero di Carta Libera, aprile 1994.
Quanto è importante per te l’informazione? Non dare ora una risposta a questa domanda, prova a farlo più in là.
Andiamo un po’ indietro nel tempo, ad un momento in cui internet era un neonato, trent’anni fa. Immagina di vivere in una cittadina di provincia come tante, non particolarmente brillante dal punto di vista culturale e ancora meno da quello civico, solo qualche rassegna letteraria, urbanistica da terzo mondo e campanilismo a gogo. Hai in testa altri modi di vivere il tuo spazio e quello pubblico — lo vorresti più vivace, più ecologico, più aperto, migliore insomma — e pensi che varrebbe la pena farlo sapere ad altri, come puoi farlo? Sì, c’è una televisione locale, ci sono le radio locali, ci sono anche i giornali locali e ci provi a ritagliarti il tuo spazio di espressione al loro interno, però non ti basta, perché hanno una natura che non ti convince, un orizzonte che non è il tuo, non vogliono cambiare lo stato delle cose. Mancano della voglia di incidere sulle sorti dello spazio collettivo, o almeno così ti sembra.
Di questa mancanza parli con i tuoi amici di sempre e ti rendi conto che anche loro la sentono, ne parli anche con altri che conosci meno e anche loro la sentono. Allora cosa puoi fare, cosa potete fare? Trent’anni fa noi pensammo di creare un giornale nostro, di forgiarlo a nostro piacimento, mettendoci dentro ognuno le proprie aspirazioni, il proprio talento, le proprie competenze. Quelle di ragazze e ragazze per la maggior parte sotto i venticinque anni, con tanta passione e soprattutto con tanta voglia di osservare e interpretare lo spazio collettivo in maniera libera, non dovendo dar conto né a un padrone né a un partito. Grosso modo così nacque ad Altamura nel 1994 “Carta Libera”, giornale che fra alti e bassi, fra feste e scazzi, con diverse cadenze, formati e fortune arrivò a pubblicare più di cento numeri.
Gli ultimi uscirono nel 1998, dopo una serie molto lunga di interviste, inchieste, recensioni, sbattimenti — perché sì, fare un giornale è anche un enorme sbattimento — che molte volte portarono subbuglio nella sonnolenta vita pubblica cittadina e alcuni di noi ad essere additati da chi era abituato al consueto tran tran di ruoli consolidati (il gioco maggioranza-opposizione, la cultura paludata, i palazzinari assetati di cemento...) e non vedeva di buon occhio chi sparigliava le carte in tavola, chi quel tran tran non lo mandava giù e pensava che un altro mondo è possibile.
Quello non era solo lo slogan del movimento no-global che sarebbe stato massacrato a Genova nel 2001, era una visione, la visione che porta le persone ad attivarsi, a non accontentarsi di quello che capita nello spazio più prossimo, quello locale, e nello spazio più ampio, il mondo intero, la famosa logica glocal.
Solo se immagini che le cose possano cambiare farai qualcosa per cambiarle. “Carta Libera” l’immaginò e pensò di provare a cambiare le cose, con tutti i limiti di un piccolo giornale locale e, certo, quelli degli esseri umani, la vanità, l’arroganza, l’incoscienza... Sull’efficacia e sulla riuscita di quell’impresa potremmo discutere per giorni, ma per un aspetto l’iniziativa fu senza dubbio positiva: si creò un gruppo molto nutrito di cittadini accomunati dalla rivendicazione e dalla difesa di alcuni beni comuni come l’ambiente, l’informazione e la cultura in un periodo storico in cui “bene comune” era un modo di dire ancora poco diffuso e in cui mettere insieme tante persone per motivi socio-politici non era cosa facile. Si veniva fuori dagli anni Ottanta, il decennio dell’individualismo e del disimpegno.
Immagina adesso di fare un salto di qualche anno. In un’altra provincia sonnacchiosa, stavolta in Brianza e non più nella Murgia. Ci vivo da quasi dieci anni e anche lì non ha avuto fortuna qualche tentativo di ritagliarmi il mio spazio di espressione dentro i giornali esistenti. Il panorama ha altri colori ma la sostanza non è poi così diversa: livello dei servizi molto più alto e Milano a due passi certo, ma localmente cultura sonnacchiosa, palazzinari assetati di cemento e solito tran tran, anche nelle redazioni. Cosa si può fare per provare a smuovere le acque? Cosa si può tentare di costruire per dare voce a un racconto del presente e una visione del futuro diversa da quelle mainstream?
L’idea non è nuova: un giornale, ma siamo nel 2007 e di nuovo c’è che internet è ormai diffuso e consolidato, tutti vi accedono, per veicolare l’informazioni senza i costi della stampa e della distribuzione è perfetta.
A Monza, a quel tempo non ho amici di lunga data con cui condividere avventure come era stato ad Altamura, allora a dicembre apro un blog e lo chiamo “Il giornale che vorrei” (lo trovi ancora online su Blogspot). La prima cosa che pubblico è un appello in cui, fra l’altro, scrivo «Io credo che
fra gli spazi necessari alla città ce ne sia uno per un giornale di approfondimento e di analisi. Un giornale che non sia in affanno per inseguire la cronaca quotidiana o l’agenda di questa o quella scadenza, elettorale o economica che sia. Un giornale che nasca con umiltà ma con presupposti ambiziosi, come ambiziosa è l’idea di dargli vita non come un prodotto a sé, utile a dare un reddito a chi lo scrive e lo pubblica, ma come uno strumento per produrre un altro tipo di merce: la cultura, cioè la capacità di comprendere il perchè questo territorio è così, e non solo il cosa è e il come è.» L’appello funziona e nel giro di qualche settimana arrivano adesioni da persone che conosco ma anche da perfetti sconosciuti. Troviamo ospitalità presso il circolo umanista de “Il fannullone” per le prime riunioni, si avvicinano ragazzi molto giovani così come vecchi bacucchi (lo dico con grande affetto), arrivano anche gli scassaminchia, quelli non mancano mai ma devo ammettere che con l’esperienza ho imparato a gestirli e con garbo metterli alla porta. Anche questa volta accade che tante persone decidono di mettersi insieme, di dedicare tempo ed energie — chi più, chi meno — a un progetto culturale comune che vede nell’informazione corretta, coraggiosa e indipendente uno strumento utile al miglioramento delle condizioni di vita della propria città; che individua nella difesa dell’ambiente e nello sviluppo delle iniziative culturali l’orizzonte da raggiungere.
Si crea così un nutrito gruppo di lavoro che si divide ambiti e compiti, nasce una associazione che diventa l’editore, si trova un nome per la testata (“La rivista che vorrei”, poi accorciata in “Vorrei”) e già nell’aprile del 2008 va online il sito vorrei.org
Anche in questo caso nessun padrone e nessun partito alle spalle, “solo” un gruppo di persone con la voglia di osservare, raccontare e cambiare lo spazio intorno a sé. Anche in questo caso una iniziativa partita dal basso, da bisogni personali e collettivi, da una visione che porta ad agire.
“Vorrei” ha vita più lunga di “Carta Libera” — probabilmente il web logora meno della carta — e sulle sue pagine passano centinaia fra collaboratori e redattori, un lunghissimo elenco di nomi che partecipano a costruire un archivio di interviste, inchieste, recensioni e rubriche ricchissimo e a tutt’oggi disponibile gratuitamente. I primi anni lavoriamo a dossier tematici molto corposi, a pensarci oggi è incredibile la quantità e qualità di lavoro fatto gratis per puro spirito civico. Col tempo abbandoniamo i dossier e impariamo che online ha più senso pubblicare volta per volta i contenuti; le persone si alternano, alcune lasciano altre arrivano, e le pubblicazioni vanno avanti molto a lungo. Anche in questo caso scazzi interni ed esterni, veniamo additati da destra e da sinistra, rischiamo anche qualcosa a livello personale quando si scrive di criminalità organizzata, ma si riesce pure a festeggiare. Come con “Carta” anche con “Vorrei” non sono mancate le feste, le serate di allegria e musica, «Se non posso ballare allora non è la mia rivoluzione» diceva Emma Goldman.
Poi, com’è naturale perché le energie non sono infinite, con gli anni la stanchezza si è fatta avanti, molte ragazze e ragazzi sono cresciuti e si sono avviati alle carriere professionali, ci siamo ritrovati in pochi, abbiamo tirato avanti finché si è potuto, anzi formalmente si va ancora avanti, il sito è lì.
“Carta Libera” e “Vorrei”, da un capo all’altro della penisola, sono un piccolo-grande esempio di come si possa approcciare l’informazione in modo alternativo a quello classico in cui c’è un proprietario che dispone e impone quello che ritiene più opportuno, rispondendo a fini e interessi a volte legittimi a volte meno. Entrambe le iniziative, in decenni e contesti molto diversi, sono riuscite a creare piccole comunità di collaboratori, redattori, fotografi, di età molto diverse (nelle riunioni di Vorrei mi divertivo a chiamare “stagista” Romano Bonifacci, un signore oltre gli ottanta con una lunghissima carriera giornalistica alle spalle).
Facciamo un ultimo salto nel tempo e arriviamo ad oggi. Sarebbe possibile ora ripetere un’esperienza simile? Viviamo in una fase storica in cui mai come nei secoli precedenti abbiamo accesso a così tante informazioni, parole, immagini, suoni. Da alcuni anni si favoleggia di centinaia di migliaia di immagini, parole e suoni che arrivano a una singola persona ogni giorno, grazie soprattutto ai social e all’infinita quantità di canali televisivi e siti disponibili. Se un tempo il problema era accedere all’informazione e al sapere, perché materialmente difficile da raggiungere, oggi il problema è l’opposto: come ci difendiamo da questa incredibile quantità di sollecitazioni? In tanti non si difendono affatto e, come tossicodipendenti, cercano di saziare la scimmia scrollando i display a più non posso cercando nuove immagini, nuovi video, nuovi suoni, nuove parole. Di fronte a questa sovrabbondanza di informazioni siamo essenzialmente soli, saremmo capaci di trovare motivazioni e modalità per creare nuovi insiemi?
Ora torniamo alla domanda iniziale: quanto è importante per te l’informazione? Per me, si sarà capito, molto, moltissimo e ogni volta che mi capita di guardare un TG mi viene lo sconforto per come quello strumento dalle potenzialità incredibili venga assoggettato a interessi di parte e proponga così tante produzioni di infimo valore culturale. Lo stesso sconforto che provo quando viene data rilevanza alle uscite estemporanee di perfetti imbecilli sui social. Per fortuna ci sono tante, tantissime realtà che offrono informazione accurata, onesta, interessante. Occorre intercettarla, selezionarla, difendersi dalla spazzatura e, questione fondamentale, sostenerla. Fare informazione indipendente e di qualità è costoso, contribuire finanziandola è indispensabile, non bastano like e condivisioni per pagare stipendi.
Chiudo ricordando che, anche se non è la sola, c’è una grande differenza nella natura dei giornali: alcuni nascono per la necessità di dire qualcosa e per farlo raccolgono i soldi necessari a pubblicare, altri nascono con l’intento di raccogliere soldi e quello che dicono è funzionale a quello scopo.
* * *
Ps. Tra “Carta Libera” e “Vorrei” avrei dovuto citare talmente tante persone meravigliose che hanno contribuito a dare vita a queste esperienze che non sarebbe bastato lo spazio a disposizione. Tutti loro sappiano di essere per sempre nel mio cuore.
Pubblicato su "Quadreni di Cometa", Agorateca Biblioteca di comunità, Altamura, 2025.
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La Certosa di Pavia è un complesso straordinario, per fortuna non molto affollato da cacciatori di selfie, forse perché non abbastanza glamour per il genere di turisti che attira la vicina Milano. I monaci cistercensi, che la vivono e la gestiscono, il 31 dicembre del 2025 la lasceranno, troppo pochi, troppo vecchi. Si direbbe una cattiva notizia, forse lo è, forse no: «Si lavorerà per rendere accessibili spazi attualmente poco o nient’affatto fruibili: le 14 cappelle laterali della basilica che ospitano importanti opere d’arte – da Perugino a Bergognone – la cella del priore, la sala del Capitolo, la sagrestia nuova e la biblioteca». Quando ci andai, nel 2018, lo feci proprio per vedere da vicino le opere di Ambrogio da Fossano, il Bergognone, che avevo da poco imparato ad apprezzare. Quelle che trovai erano cappelle serrate, sporche, e le opere praticamente nascoste. Non una trasferta sprecata — per fortuna c'è molto altro da ammirare e studiare — ma certamente tanto rammarico.
Sapere che tra non molto potrò rifarmi mi rende felice, eppure una sottile inquietudine c'è. Troppo spesso i processi di “valorizzazione” si sono rivelati banali rincorse allo sbigliettamento, in caccia ai grandi numeri che difficilmente si accompagnano a un avvicinamento costruttivo e consapevole ai beni culturali. La speranza è che la nuova gestione sia rispettosa, non svilisca un luogo così prezioso, che permetta di godere appieno della sua storia e delle testimonianze che conserva senza affannarsi nella ricerca delle masse. Se sembra un discorso snob, invito a leggere qualcuno dei libri (ma anche solo gli articoli e le interviste) di Tomaso Montanari, infinitamente più colto e bravo di me.


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Franco Pinna Allevamento del Porco di Sant'Antonio a Grottole, 1952
Chi e come stabilisce se una foto è "semplice, documentaria e non artistica"?
Un post di ROARS condiviso da Bertram Niessen su Facebook mi ha incuriosito. La questione posta è altra (la durata dei diritti d'autore sulle foto), ma la domanda mi sembra stuzzicante.
Un esempio molto semplice: Franco Pinna documentò le ricerche etnografiche di De Martino, quindi le sue sarebbero "foto documentarie"?
Secondo me il porco di Grottole (la bestia della foto, non un tipo particolarmente laido del paese nel Materano) non sarebbe molto convinto, e io neppure.
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L'intervista a Tessa Hulls su La Lettura mi porta a riprendere in mano i miei Maus, al plurale perché è così che va a chi trasloca. Cosa accomuna Spiegelman e Hulls? Sono gli unici due ad aver vinto il Pulitzer con un fumetto, uno nel 1992 l'altra nel 2025*.
Sfogliando le prime pagine saltano agli occhi le differenze di traduzione, dalla prima edizione sulla bellissima cartaccia del supplemento a puntate di Linus 83/84, a quella BUR del 1995 su inspiegabile patinata — opaca ma patinata —, fino all'Einaudi del 2000 su usomano.
Dell'arrivo di Maus in Italia ha scritto in passato Giancarlo Elfo Ascari su Fumettologica.
Ps ieri al supermercato ho dato un'occhiata velocissima ai vari Tex e Zagor sugli scaffali. A parte la difficoltà di capire le collane mi ha colpito il prezzo di copertina, siamo intorno ai 6 euro se non consideriamo quelli cartonati. Tex lo leggeva mio padre quando io ero bambino, negli anni Settanta. Allora costava 350 lire che oggi equivarrebbero a 1,9 €.
*Una precisazione a riguardo. La questione è un po' complessa, esiste una categoria del Pulitzer “for Illustrated Reporting and Commentary” che fino al 2021 era la “Pulitzer Prize for Editorial Cartooning". Tra i vincitori Jules Feiffer nel 1986 e Garry Trudeau nel 1975. Tutti gli anni lo vincono disegnatori, quindi non c'è nulla di eccezionale o strano in questa.
Quello vinto da Hulls è invece nella categoria "Memoir or Autobiography" che esiste dal 2023. Spiegelman lo vinse nella categoria "Special Citations and Awards". L'eccezionalità sta quindi in questo, fumetti lì dove di solito regnano testi.
